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Ft: gli ex Wagner attivi in Europa come sabotatori russi

La presenza di ex appartenenti al gruppo Wagner indicati come possibili ingranaggi di una rete di sabotaggio in Europa riaccende l’attenzione sulla guerra ibrida e sulla capacità di Mosca di proiettare pressione ben oltre il teatro ucraino. L’ipotesi non descrive un ritorno di “mercenari” in senso classico, ma una mutazione del ruolo: figure che in passato hanno operato come reclutatori, facilitatori o propagandisti vengono reimpiegate per attivare contatti, individuare bersagli e ingaggiare manovalanza locale, sfruttando vulnerabilità economiche e sociali, canali di comunicazione cifrati e comunità digitali difficili da presidiare. In questa lettura, la minaccia non passa necessariamente da incursioni spettacolari, ma da episodi frammentati e ripetuti – incendi dolosi, danneggiamenti mirati, interferenze su snodi logistici – capaci di produrre un doppio effetto: costringere le autorità a disperdere risorse investigative e alimentare una narrativa di insicurezza permanente. È un modello a bassa firma e basso costo, che riduce l’esposizione diretta degli apparati statali e rende più complessa l’attribuzione, proprio mentre molte capitali europee hanno ridotto la presenza di personale diplomatico russo dopo espulsioni e misure di contenimento.


La traiettoria di Wagner dopo la crisi interna del 2023 e la successiva riorganizzazione spiega perché l’Europa sia diventata un terreno adatto per operazioni surrogate. La struttura che faceva capo a Prigozhin si è progressivamente frantumata e ricondotta dentro logiche più controllabili, con una maggiore integrazione con apparati di sicurezza e intelligence russi e con una diversa ripartizione di compiti e canali. In questo passaggio, la componente comunicativa e di reclutamento costruita negli anni – pagine, reti di contatto, capacità di mobilitazione su piattaforme social e di messaggistica – può essere convertita in un asset operativo utile per individuare esecutori, fornire istruzioni e mantenere un livello di plausibile negazione. La scelta di ricorrere a intermediari e “amatori” non è priva di rischi per chi la utilizza: aumenta la probabilità di errori, arresti e fallimenti, ma consente una scalabilità che sarebbe impossibile con operatori professionali schierati in prima persona. L’effetto netto è una minaccia più disordinata, meno “militare” nell’aspetto, ma potenzialmente più pervasiva perché può colpire obiettivi diffusi e cambiare rapidamente modalità e bersagli, adattandosi alle contromisure.


Per i Paesi europei, la questione si traduce in un’esigenza di protezione delle infrastrutture critiche e di rafforzamento del coordinamento tra intelligence, polizia giudiziaria e operatori privati, soprattutto nei settori energia, trasporti, telecomunicazioni e logistica. La vulnerabilità non deriva solo dalla natura fisica delle reti, ma dall’interdipendenza: un danneggiamento localizzato può generare costi a catena, rallentamenti, ripercussioni sulla produzione e un impatto reputazionale che amplifica l’effetto dell’azione. In parallelo, cresce l’attenzione su reclutamento e radicalizzazione online, perché la manovalanza necessaria a condurre azioni di disturbo può essere reperita attraverso incentivi economici, motivazioni ideologiche o semplice opportunismo criminale. Sul piano giuridico e operativo, diventa centrale distinguere tra protesta, vandalismo e sabotaggio organizzato, elevando gli standard di prova senza rallentare la risposta, e costruendo filiere di condivisione informativa tra Stati che oggi si trovano ad affrontare episodi simili con tempistiche e procedure differenti. In questo scenario, la capacità di prevenzione dipende dalla rapidità con cui si riconoscono pattern ricorrenti, si mappano i canali di coordinamento e si riducono le zone grigie che consentono a reti surrogate di operare senza lasciare tracce immediate.

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