Ft: gli ex Wagner attivi in Europa come sabotatori russi
- piscitellidaniel
- 16 feb
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La presenza di ex appartenenti al gruppo Wagner indicati come possibili ingranaggi di una rete di sabotaggio in Europa riaccende l’attenzione sulla guerra ibrida e sulla capacità di Mosca di proiettare pressione ben oltre il teatro ucraino. L’ipotesi non descrive un ritorno di “mercenari” in senso classico, ma una mutazione del ruolo: figure che in passato hanno operato come reclutatori, facilitatori o propagandisti vengono reimpiegate per attivare contatti, individuare bersagli e ingaggiare manovalanza locale, sfruttando vulnerabilità economiche e sociali, canali di comunicazione cifrati e comunità digitali difficili da presidiare. In questa lettura, la minaccia non passa necessariamente da incursioni spettacolari, ma da episodi frammentati e ripetuti – incendi dolosi, danneggiamenti mirati, interferenze su snodi logistici – capaci di produrre un doppio effetto: costringere le autorità a disperdere risorse investigative e alimentare una narrativa di insicurezza permanente. È un modello a bassa firma e basso costo, che riduce l’esposizione diretta degli apparati statali e rende più complessa l’attribuzione, proprio mentre molte capitali europee hanno ridotto la presenza di personale diplomatico russo dopo espulsioni e misure di contenimento.
La traiettoria di Wagner dopo la crisi interna del 2023 e la successiva riorganizzazione spiega perché l’Europa sia diventata un terreno adatto per operazioni surrogate. La struttura che faceva capo a Prigozhin si è progressivamente frantumata e ricondotta dentro logiche più controllabili, con una maggiore integrazione con apparati di sicurezza e intelligence russi e con una diversa ripartizione di compiti e canali. In questo passaggio, la componente comunicativa e di reclutamento costruita negli anni – pagine, reti di contatto, capacità di mobilitazione su piattaforme social e di messaggistica – può essere convertita in un asset operativo utile per individuare esecutori, fornire istruzioni e mantenere un livello di plausibile negazione. La scelta di ricorrere a intermediari e “amatori” non è priva di rischi per chi la utilizza: aumenta la probabilità di errori, arresti e fallimenti, ma consente una scalabilità che sarebbe impossibile con operatori professionali schierati in prima persona. L’effetto netto è una minaccia più disordinata, meno “militare” nell’aspetto, ma potenzialmente più pervasiva perché può colpire obiettivi diffusi e cambiare rapidamente modalità e bersagli, adattandosi alle contromisure.
Per i Paesi europei, la questione si traduce in un’esigenza di protezione delle infrastrutture critiche e di rafforzamento del coordinamento tra intelligence, polizia giudiziaria e operatori privati, soprattutto nei settori energia, trasporti, telecomunicazioni e logistica. La vulnerabilità non deriva solo dalla natura fisica delle reti, ma dall’interdipendenza: un danneggiamento localizzato può generare costi a catena, rallentamenti, ripercussioni sulla produzione e un impatto reputazionale che amplifica l’effetto dell’azione. In parallelo, cresce l’attenzione su reclutamento e radicalizzazione online, perché la manovalanza necessaria a condurre azioni di disturbo può essere reperita attraverso incentivi economici, motivazioni ideologiche o semplice opportunismo criminale. Sul piano giuridico e operativo, diventa centrale distinguere tra protesta, vandalismo e sabotaggio organizzato, elevando gli standard di prova senza rallentare la risposta, e costruendo filiere di condivisione informativa tra Stati che oggi si trovano ad affrontare episodi simili con tempistiche e procedure differenti. In questo scenario, la capacità di prevenzione dipende dalla rapidità con cui si riconoscono pattern ricorrenti, si mappano i canali di coordinamento e si riducono le zone grigie che consentono a reti surrogate di operare senza lasciare tracce immediate.

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