Freedom Flotilla Coalition: chi è la coalizione che vuole spezzare il blocco navale su Gaza e perché lo fa
- piscitellidaniel
- 8 ott
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La Freedom Flotilla Coalition (FFC) è una coalizione internazionale apartitica che da oltre un decennio coordina missioni marittime con l’obiettivo di rompere il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza e di portare aiuti umanitari direttamente alla popolazione palestinese. Nata nel 2010, la rete ha acquisito visibilità dopo il sanguinoso scontro del 2010 con le forze israeliane, quando nove attivisti persero la vita durante il raid sulla flottiglia a mitoria di Gaza. Da allora, la FFC organizza spedizioni, campagne di sensibilizzazione e azioni simboliche volte a denunciare le condizioni di assedio e favorire pressioni politiche internazionali.
Le sue missioni operano con modalità nonviolente: le navi partono da porti mediterranei, spesso con equipaggi misti di operatori sanitari, giornalisti, attivisti per i diritti umani, parlamentari e cittadini solidali. Le imbarcazioni includono moduli medici, farmaci, materiali sanitari e talvolta personale medico destinato a operare negli ospedali già sotto pressione nella Striscia di Gaza. L’idea centrale è che, nel momento in cui una nave civile viene bloccata in acque internazionali mentre trasporta solo aiuti e personale protetto, l’azione israeliana può essere contestata sulla base del diritto internazionale umanitario. In particolare, la coalizione sostiene che il blocco navale, così com’è attuato, viola le convenzioni che garantiscono il passaggio di medicinali e materiale sanitario verso territori in conflitto.
Le attività attuali della FFC si inseriscono in un contesto particolarmente critico. Dopo la recente missione nota come Global Sumud Flotilla, che aveva visto il coinvolgimento di decine di imbarcazioni e centinaia di attivisti da decine di Paesi, la nuova spedizione — denominata Freedom Flotilla Coalition — è stata intercettata da forze israeliane a circa 120 miglia nautiche dalla costa di Gaza. Le navi, secondo gli organizzatori, sono state fermate e condotte in porti israeliani, con i passeggeri trasferiti e in attesa di espulsione. Le autorità israeliane, da parte loro, hanno dichiarato che l’intercettazione è avvenuta nel rispetto del blocco navale, insistendo sulla legalità delle operazioni e assicurando che le persone a bordo siano incolumi.
La libertà di navigazione in alto mare e il regime del blocco marittimo sono al centro del dibattito giuridico. La FFC rivendica che il blocco non può essere esercitato in modo da privare la popolazione civile di mezzi essenziali per la sopravvivenza, né può negare arbitrariamente il passaggio di aiuti medici, strumenti sanitari e personale qualificato. In base a interpretazioni del diritto internazionale, se una nave non trasporta armi né materiali bellici, dovrebbe avere il permesso — sotto supervisione — di raggiungere l’area assediata. Gli avvocati e i giuristi che appoggiano la causa ricordano che le Convenzioni di Ginevra e le norme del diritto umanitario impongono a uno Stato sotto assedio di non usare il blocco come mezzo per affamare la popolazione civile.
Per Israele, la controargomentazione si basa sulla sicurezza nazionale: mantenere il blocco marittimo è considerato parte delle misure per impedire che armi, munizioni o altre forniture militari entrino nella Striscia di Gaza via mare. Le autorità giustificano l’intercettazione delle navi come esercizio di un diritto legittimo volto a prevenire il rifornimento di Hamas o di altri gruppi armati. Ogni imbarcazione che tenta di violare il blocco, secondo questa visione, rappresenta una provocazione e un rischio per la stabilità e la sicurezza. I rappresentanti israeliani affermano che ogni carico sospetto viene ispezionato e che i partecipanti sono protetti da cure e trattamenti adeguati, con successiva deportazione.
Le missioni della FFC non sono solo azioni logistiche o simboliche: sono anche statement politici diretti. Imbarcare medici, parlamentari, figure pubbliche e giornalisti serve a dare visibilità mediatica al blocco e alle condizioni in cui versa Gaza. Ogni missione diventa così un’occasione per mobilitare l’opinione pubblica internazionale, sollecitare reazioni diplomatiche da governi e istituzioni, provocare dibattiti sul ruolo degli attori internazionali e spingere per responsabilità da parte degli Stati che sostengono o tollerano il blocco.
Nel corso degli anni, la FFC ha avuto risultati diversi: alcune missioni sono riuscite a far attraccare navi in porto, altre sono state intercettate con maggiore o minore fermezza. L’episodio del 2010 resta forse il più noto e controverso, ma non l’unico: altre spedizioni successive sono state arrestate, sequestrate o respinte. In molte occasioni, gli attivisti a bordo hanno denunciato uso eccessivo della forza, arresti e deportazioni anche in acque internazionali, impedendo la prosecuzione della missione.
Negli ultimi tempi, la FFC ha intensificato i suoi sforzi e le iniziative congiunte. La missione Global Sumud Flotilla, promossa insieme ad altre coalizioni, ha avuto numeri imponenti e ha affrontato un dispositivo di intercettazione israeliano molto attivo. Contemporaneamente, la coalizione ha promosso campagne mediatiche che denunciano la crisi umanitaria a Gaza, l’impatto del blocco sulla popolazione civile e la responsabilità delle comunità internazionali. In alcuni casi, organizzazioni delle Nazioni Unite hanno sollecitato che le navi vengano protette, o che venga garantito un corridoio sicuro per il passaggio degli aiuti, sebbene senza che tali richieste abbiano avuto piena attuazione.
Per la FFC, il blocco marittimo non è solo un ostacolo logistico, ma uno strumento strategico, politico e simbolico che contribuisce all’isolamento della Striscia e al mantenimento di una pressione permanente sulla popolazione civile. Rompere quel blocco significa non solo consegnare materiale essenziale, ma mettere in discussione la legittimità stessa dell’assedio, smascherare le responsabilità dei governi e mobilitare solidarietà internazionale concreta.

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