Flotilla in mare verso Gaza: partenze da Creta, attacchi notturni e almeno dieci palestinesi morti in raid aerei
- piscitellidaniel
- 26 set
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Una nuova pagina di tensione si apre nel Mediterraneo. La missione umanitaria nota come Global Sumud Flotilla ha fatto il suo ingresso nei fatti: nella notte scorsa, una decina di imbarcazioni sono partite da Creta con discrezione, alla volta di Gaza, nonostante gli avvertimenti militari e le minacce provenienti da Israele. La loro rotta, percorsa in acque internazionali, è stata segnata da un’escalation già visibile sul campo: attacchi con droni, spray urticanti, granate stordenti e apparecchi che hanno interferito con comunicazioni navali. Di fronte a queste aggressioni, la flottiglia ha denunciato danni a vele, danni agli alberi e compromissione tecnica al veliero Zefiro, mentre almeno una delle navi – la Taigete, nave ammiraglia del contingente italiano – ha subito colpi diretti.
Parallelamente, in Cisgiordania e Gaza, continuano i bombardamenti israeliani: fonti mediche locali riferiscono che almeno dieci palestinesi sono stati uccisi durante operazioni aeree in varie aree della Striscia, fra civili e possibili obiettivi militari. Le immagini dei quartieri distrutti, degli edifici ridotti in macerie e dei corpi trasportati negli ospedali o sotto le tende dei soccorsi confermano la dimensione drammatica del conflitto. Le autorità sanitarie denunciano difficoltà strutturali nel far fronte al numero di feriti, mentre la popolazione civile resta intrappolata fra bombardamenti, restrizioni e assenza di corridoi umanitari efficaci.
La partenza da Creta è stata condotta con modalità più furtive rispetto al varo iniziale da Barcellona, circa tre settimane fa, proprio per arginare possibili impedimenti da parte delle autorità greche o interferenze navali. Le imbarcazioni avrebbero avanzato presentandosi come “passeggeri in crociera”, ma una volta in mare hanno assunto la rotta verso sud. Alcuni mezzi hanno subito danni meccanici dovuti agli attacchi subiti nelle ore notturne, con l’intervento di granate stordenti, esplosioni vicino agli scafi e lanci di sostanze corrosive su almeno due navi (tra cui il veliero Yulara), con ferimenti lievi di membri dell’equipaggio. Le comunicazioni radio sono risultate disturbate da interferenze, mentre una nave è stata temporaneamente disabilitata.
I coordinatori della missione hanno confermato che non intendono rinunciare: insistentemente respingono l’ipotesi di deviare le navi verso porti israeliani come Ashkelon, considerati controllati e vincolati dal blocco vigente. Hanno rivendicato che l’intento resta consegnare gli aiuti umanitari direttamente a Gaza, “rompere il blocco” e portare visibilità internazionale al dramma della Striscia. In più, hanno chiesto l’intervento delle marine europee per garantire scorta, protezione e monitoraggio delle attività offensive contro le imbarcazioni.
Da parte israeliana, la reazione è stata netta: il ministero della Difesa ha affermato che ogni nave che insista nel dirigersi verso Gaza violerà la legalità marittima e potrà essere fermata. Alcuni portavoce hanno sostenuto che gli attacchi ai droni e le interferenze fossero operazioni autonome di “interdizione non overt”, negando responsabilità ufficiale. Il governo israeliano ha definito la flottiglia un’operazione politicamente pilotata, tentando di giustificare le operazioni come misure necessarie di sicurezza per impedire forniture a gruppi armati.
Sul versante civile palestinese, gli ospedali sono in emergenza quotidiana. Il bilancio delle vittime nei bombardamenti notturni è in rapido aggiornamento: alcuni quartieri risultano quasi spopolati, mentre i danni alle infrastrutture – case, strade, impianti elettrici, acquedotti – compromettono qualsiasi capacità di assistenza. Volti coperti dalla polvere e bambini con ferite visibili sono tra le immagini che stanno circolando nelle reti sociali dei media regionali.
Gli osservatori internazionali denunciano che l’attacco alla flottiglia rappresenta una “nuova frontiera” delle pressioni militari: trasformare in zone ad alto rischio le rotte navali che si avvicinano all’obiettivo di Gaza. Si parla di una militarizzazione dello spazio marittimo in cui la navigazione umanitaria diventa oggetto di ostacolo sistematico, con implicazioni sulla libertà di movimento, sulla tutela dei diritti umani e sul principio di assistenza agli aggressi.
In Europa, già si profilano prese di posizione. Alcuni governi hanno annunciato l’intenzione di monitorare da vicino eventuali violazioni dei diritti marittimi e di pressione diplomatica su Israele. Parole di condanna e richiesta di trasparenza delle operazioni navali si stanno alzando in seno all’Unione, anche se il peso politico e la volontà di spingere sanzioni efficaci restano incerte. ONG, organizzazioni umanitarie e piattaforme di advocacy stanno mobilitando appelli per proteggere i volontari imbarcati, chiedendo l’immediata cessazione delle azioni offensive contro la flottiglia e garanzie sul passaggio sicuro degli aiuti.
Il tentativo della “Flotilla” di mantenere la rotta verso Gaza non è solo un’operazione umanitaria, ma un’azione strategica di visibilità: mettere al centro dell’agenda mondiale il tema del blocco israeliano, le condizioni della popolazione civile e il rapporto fra conflitto, diritto internazionale e protesta civile attiva. In un teatro geopolitico già esplosivo, la nautica diventa strumento di resistenza, denuncia e sfida diretta al controllo marittimo che domina il Mediterraneo orientale.
La missione entra ora in una fase cruciale: se riuscirà a operare in prossimità di Gaza senza essere intercettata o attaccata, potrà ribaltare l’attenzione diplomatica; se verrà fermata con la forza o subìranno danni irreversibili, si apriranno crisi legali, richieste di rendicontazione internazionale e accuse di uso sproporzionato della forza. Le prossime ore decideranno non solo il destino della flottiglia, ma il grado di tensione che questa vicenda porterà nelle relazioni mediterranee e nella pressione per una risposta umanitaria a Gaza.

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