Europa 2025: tra crescita moderata e inflazione in calo
- Giuseppe Politi

- 19 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Il 2025 si apre in Europa con uno scenario economico in apparente stabilizzazione, ma ancora fragile. La fine del ciclo inflattivo, l’avvio di un lento recupero della domanda e il rientro parziale dei costi energetici offrono segnali di distensione. Tuttavia, le fondamenta su cui poggia la ripresa rimangono esposte a molteplici criticità: una crescita sottotono, politiche monetarie prudenti, tensioni geopolitiche persistenti e una coesione istituzionale europea sempre più complessa.
La crescita stimata del PIL reale dell’Unione Europea per l’anno in corso si attesta attorno all’1,1%, con una proiezione leggermente inferiore (0,9%) per la sola area euro. Non si tratta di un rimbalzo, bensì di un riassestamento dopo anni di contrazione. I motori principali della crescita rimangono gli investimenti pubblici legati ai fondi europei, in particolare quelli del Recovery Fund, e la graduale ripresa dei consumi privati, sostenuti da un rallentamento dell’inflazione. Tuttavia, i livelli pre-crisi rimangono ancora lontani, e la crescita appare troppo debole per incidere strutturalmente su occupazione, produttività e coesione sociale.
Sul fronte dei prezzi, l’inflazione continua la sua discesa dopo i picchi registrati nel biennio precedente. Per il 2025 si stima un tasso medio intorno al 2,1%, con ulteriori riduzioni nel 2026. Questo rallentamento è attribuibile alla normalizzazione dei mercati energetici, alla stabilizzazione delle filiere produttive e a una domanda interna ancora timida. Tuttavia, rimangono tensioni inflattive in alcuni settori strategici, come l’agroalimentare e i servizi, alimentate da dinamiche salariali e da rigidità strutturali.
La Banca Centrale Europea si trova di fronte a un bivio delicato: da un lato, l’esigenza di consolidare il ritorno dell’inflazione verso il target; dall’altro, la necessità di non soffocare la ripresa. Le prime riduzioni dei tassi d’interesse sono già state annunciate, ma con estrema cautela. Le imprese europee, alle prese con un costo del credito ancora elevato, attendono segnali più decisi per rilanciare gli investimenti.
Sotto il profilo politico, l’Unione mostra segnali di frizione. La divergenza tra Nord e Sud Europa su temi fiscali, la lentezza nel coordinamento delle politiche industriali e il riemergere di spinte nazionaliste minano la capacità di risposta unitaria. Questo indebolisce la posizione europea sui tavoli globali, proprio in una fase in cui si ridisegnano gli equilibri tra Stati Uniti, Cina e blocchi emergenti.
L’Italia incarna in modo emblematico questa fase ambigua. Dopo un rimbalzo post-pandemico più marcato della media europea, il Paese si trova ora in una fase di crescita debole, rallentata dalla frenata dell’export e dalla stagnazione dei consumi interni. La riduzione dell’inflazione ha solo parzialmente alleviato il peso sulle famiglie, il cui potere d’acquisto resta compromesso. Le imprese affrontano un contesto incerto, tra aumento dei costi fissi, contrazione degli ordinativi e accesso al credito complicato.
In tale cornice, le strategie da adottare devono necessariamente guardare oltre il breve periodo. La vera sfida consiste nell’investire in trasformazione tecnologica, sostenibilità ambientale, digitalizzazione e valorizzazione del capitale umano. Il sistema produttivo italiano ha dimostrato resilienza, ma ha bisogno di maggiore coesione tra istituzioni, imprese e territori per affrontare le trasformazioni imposte dalla doppia transizione digitale ed ecologica.
Il 2025, dunque, non sarà l’anno del rilancio definitivo, ma un passaggio cruciale per consolidare la traiettoria di ripresa. Saranno determinanti le scelte di governance, la qualità delle politiche pubbliche e la capacità degli attori economici di interpretare un mondo che cambia. Perché, se è vero che il peggio sembra alle spalle, è altrettanto vero che il futuro non si costruisce da solo. E l’Europa, per non restare ai margini, dovrà dimostrare di saper fare sistema.




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