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Elezioni in Olanda, si ferma la corsa di Geert Wilders: liberali e progressisti avanti secondo i primi exit poll

I primi exit poll delle elezioni politiche nei Paesi Bassi indicano un risultato sorprendente rispetto alle previsioni della vigilia: la formazione di estrema destra guidata da Geert Wilders, che nei sondaggi sembrava avviata verso una nuova affermazione elettorale, subisce un rallentamento significativo, mentre avanzano le forze liberali e progressiste. Secondo le prime stime, il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD), di orientamento liberale, e la coalizione formata da Verdi e Partito del Lavoro (GroenLinks-PvdA) si contendono il primato, con un margine minimo di voti tra le due principali forze europeiste del Paese.


La giornata elettorale si è svolta in un clima di grande affluenza, segno di un rinnovato interesse dell’opinione pubblica olandese per una tornata che potrebbe ridefinire gli equilibri politici interni e incidere sulla posizione del Paese in Europa. La campagna elettorale era stata dominata dai temi dell’immigrazione, della crisi abitativa e delle politiche ambientali, con Wilders che aveva cercato di capitalizzare il malcontento legato al costo della vita e alle tensioni sociali. Tuttavia, il messaggio populista e anti-immigrazione del leader del Partito per la Libertà (PVV) non sembra aver prodotto lo stesso effetto travolgente delle precedenti consultazioni, complice anche la mobilitazione dell’elettorato moderato.


Il partito liberale VVD, storicamente al centro della politica olandese, ha mantenuto una base solida di consensi, nonostante il cambio di leadership dopo l’uscita di scena di Mark Rutte, che aveva guidato il Paese per oltre dieci anni. La nuova leader, Dilan Yeşilgöz-Zegerius, prima donna di origine migrante a capo del partito, ha puntato su una linea pragmatica, difendendo l’appartenenza dell’Olanda all’Unione europea e proponendo un equilibrio tra rigore economico e inclusione sociale. La strategia si è rivelata vincente, almeno secondo le prime proiezioni, che attribuiscono al VVD un risultato compreso tra il 24% e il 26% dei voti.


La vera sorpresa della serata è però l’ascesa della coalizione progressista GroenLinks-PvdA, guidata dall’ex vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans. Il fronte ecologista e socialdemocratico ha saputo intercettare una parte significativa dell’elettorato urbano e giovanile, facendo leva sui temi ambientali, sulla giustizia sociale e sulla transizione energetica. Timmermans ha presentato un programma fortemente europeista, basato su un modello di sviluppo sostenibile e su una redistribuzione più equa delle risorse pubbliche. Secondo gli exit poll, la coalizione si attesta su livelli molto vicini a quelli dei liberali, con un consenso stimato attorno al 25%.


Il risultato di Wilders, pur restando rilevante, segna una frenata rispetto alle aspettative. Il PVV, che nei sondaggi pre-elettorali appariva in grado di guidare un possibile governo di destra, avrebbe ottenuto tra il 20% e il 22% dei voti. La campagna del leader nazionalista, incentrata sulla chiusura delle frontiere, sulla riduzione delle tasse e sulla critica all’establishment politico e mediatico, non è riuscita a conquistare le fasce moderate dell’elettorato, che hanno preferito soluzioni più pragmatiche. Anche le dichiarazioni anti-islamiche e le posizioni euroscettiche di Wilders hanno generato preoccupazioni in una parte consistente della popolazione, in un Paese tradizionalmente legato ai valori liberali e al multilateralismo.


Le formazioni centriste e minori hanno giocato un ruolo importante nella distribuzione dei voti. Il partito Nieuw Sociaal Contract (NSC), fondato dall’ex democristiano Pieter Omtzigt, ha confermato la propria forza come alternativa civica e moderata, posizionandosi come possibile ago della bilancia in un futuro governo di coalizione. Anche i Democratici 66 (D66), forza progressista europeista, hanno mantenuto una presenza significativa, pur registrando una leggera flessione rispetto alle precedenti elezioni. I partiti più piccoli, come i socialisti di SP e i populisti di Forum voor Democratie, hanno ottenuto risultati marginali ma sufficienti a garantire una rappresentanza in Parlamento.


L’Olanda si conferma così uno dei Paesi europei con il sistema politico più frammentato e complesso. Il Parlamento uscente contava ben diciassette formazioni rappresentate, e anche la nuova legislatura si preannuncia caratterizzata da un ampio pluralismo. La formazione del nuovo governo sarà quindi il frutto di lunghe e delicate trattative, nelle quali il ruolo di mediatore politico tornerà a essere cruciale. In questo contesto, la figura di Timmermans potrebbe acquisire peso, così come quella di Yeşilgöz-Zegerius, che dovrà dimostrare di poter consolidare un consenso trasversale in un partito ancora in fase di transizione.


La reazione dei mercati è stata prudente ma positiva, segnalando fiducia nella stabilità istituzionale olandese e nella continuità della sua politica economica. Gli osservatori internazionali sottolineano come il risultato delle elezioni rifletta una tendenza più ampia in Europa, dove l’estrema destra mostra una certa forza elettorale ma incontra difficoltà nel trasformarla in capacità di governo. L’Olanda, da sempre laboratorio politico del continente, si conferma terreno di sperimentazione per nuove alleanze e modelli di coalizione.


Il voto olandese rappresenta dunque un momento di svolta per la politica europea. La tenuta dei partiti liberali e progressisti, unita al ridimensionamento delle spinte populiste, apre uno scenario di rinnovata stabilità in uno dei Paesi chiave dell’Unione. Le prossime settimane saranno decisive per la formazione del governo, che dovrà riflettere un equilibrio tra le forze politiche emergenti e le tradizionali anime centriste che hanno storicamente garantito la coesione della democrazia olandese.

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