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Effetto boomerang: i settori che prospereranno nel caos dei dazi americani

L’ondata protezionistica degli Stati Uniti, tornata al centro dell’agenda economica internazionale con l’introduzione di nuovi dazi su beni provenienti dalla Cina, dall’Unione Europea e da altri partner strategici, sta ridisegnando le geometrie del commercio globale. Se da un lato queste misure mirano a tutelare l’industria manifatturiera americana e riequilibrare la bilancia commerciale, dall’altro generano inevitabili distorsioni che spalancano opportunità per settori e attori terzi. In un mondo interconnesso, ogni chiusura di mercato rappresenta un’apertura altrove.

Tra i primi a beneficiare del nuovo scenario vi è il comparto manifatturiero dei Paesi emergenti non direttamente colpiti dai dazi, come Vietnam, Messico, India e Indonesia. Queste economie, già in fase di progressiva industrializzazione, si candidano a diventare le nuove basi produttive per molte multinazionali intenzionate a diversificare la supply chain ed evitare l’esposizione diretta alle tensioni Washington-Pechino. La strategia del “China +1”, perseguita da diversi colossi del tech e dell’automotive, trova in questo contesto ulteriore spinta.

A livello settoriale, l’industria della logistica e del trasporto merci internazionale si trova in una posizione di vantaggio strategico. L’aumento della complessità delle rotte commerciali, unito alla necessità di ricalibrare le catene del valore, comporta un’impennata della domanda di servizi logistici sofisticati, capaci di gestire approvvigionamenti frazionati e rotte alternative. In particolare, gli operatori in grado di offrire soluzioni multimodali e digitalizzate beneficeranno di margini crescenti.

Un altro comparto destinato a trarre vantaggio è quello agroalimentare europeo e sudamericano. I dazi americani su prodotti agricoli cinesi o europei potrebbero spostare la domanda verso fornitori alternativi, con il Brasile e l’Argentina pronti a colmare eventuali vuoti su soia, mais e carni. Al contempo, l’industria agroalimentare dell’Unione Europea potrebbe beneficiare di un effetto sostituzione nei mercati asiatici: i prodotti europei, se non direttamente colpiti da tariffe, diventano alternativi a quelli statunitensi.

Anche i settori ad alta tecnologia, in particolare nel campo della microelettronica e delle energie rinnovabili, si trovano dinanzi a un bivio potenzialmente favorevole. Le restrizioni sull’export di componenti tra Stati Uniti e Cina stanno accelerando la spinta verso l’autonomia tecnologica in diversi Paesi. L’Unione Europea, attraverso il Chips Act e le strategie green, potrebbe approfittare per rafforzare la propria sovranità industriale, attirando investimenti che fino a poco tempo fa gravitavano esclusivamente attorno agli hub asiatici.

Non va infine trascurato il ruolo della finanza. In un contesto di alta volatilità e mutamento degli equilibri commerciali, gli operatori finanziari specializzati in hedging, arbitraggio valutario e gestione del rischio commerciale stanno vedendo crescere il proprio peso specifico. Aumenta la domanda di coperture su rischio paese, rischio tasso e rischio cambio, mentre i fondi specializzati in mercati emergenti potrebbero intercettare capitali alla ricerca di rendimenti decorrelati rispetto all’economia americana.

In sintesi, mentre l’amministrazione statunitense si concentra sulla protezione della propria economia interna, si apre uno spazio strategico per una moltitudine di settori in grado di adattarsi al nuovo ordine commerciale. Le tensioni doganali, lungi dal produrre effetti univoci, generano un panorama in cui agilità, diversificazione e capacità di interpretare i flussi globali divengono i principali vantaggi competitivi. E in questo scenario, chi saprà leggere il disordine come opportunità emergerà più forte.

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