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Droni, guerra ibrida e allarme danese: Frederiksen alza la voce contro incursioni nei cieli nazionali

In Danimarca si è innalzata una tensione che va ben oltre il semplice sorvolo di droni: le autorità locali e la stessa premier, Mette Frederiksen, parlano di attacchi sistematici contro infrastrutture critiche e lo fanno inserendoli nel contesto della guerra ibrida. Diventa centrale il tema dell’ibridazione degli attacchi: non più solo bombe o missili, ma strumenti che agiscono sotto soglia, nel vuoto regolatorio, capaci di generare insicurezza psicologica e pressione strategica.


Gli episodi recenti sono inquietanti. Nelle ultime ore, più di un drone non autorizzato è stato avvistato nei pressi di aeroporti civili e basi militari danesi. Uno dei sorvoli ha interessato lo scalo di Copenaghen, forzando la temporanea chiusura dell’aeroporto per garantire sicurezza. Frederiksen ha definito quello episodio “l’attacco più grave mai visto contro un’infrastruttura critica danese”, affermando che non si esclude alcuna ipotesi sul responsabile. Il sorvolo dronico è interpretato come un atto deliberato, parte di una strategia ibrida che vuole colpire non solo il dominio del cielo, ma la fiducia e le percezioni pubbliche.


Nel suo discorso alla nazione la premier ha spinto su diversi punti strategici: primo, che la Danimarca è in pieno terreno d’attacco ibrido, dove droni, cyberattacchi e disinformazione si combinano per destabilizzare società e stati. Ha riconosciuto che le difese non erano pronte e che certi sistemi non hanno intercettato o abbattuto i droni. Ma ha invitato cittadini e istituzioni a non cadere nella trappola della paura, avvertendo che il vero obiettivo dell’aggressore è la divisione interna e l’erosione della fiducia nelle istituzioni.


Frederiksen ha sottolineato che questi attacchi ibridi si inseriscono in un contesto europeo più ampio: casi simili sono stati segnalati in Polonia, Romania, Estonia. Non sono incidenti isolati, ma segnali di una pressione crescente ai confini dell’Europa e sulla sovranità degli stati membri. Nel suo discorso ha chiesto che la risposta non sia solo militare, ma anche politica, diplomatica e collettiva: serve un approccio comune fra i Paesi europei per contrastare modalità così mutevoli di attacco.


Un tema sensibile è la responsabilità dell’algoritmo cognitivo degli attacchi ibridi: dietro i droni non ci sono semplici operatori, ma sistemi coordinati, con capacità di replica, dualità traiettorie, intercambiabilità e anonimato. La Danimarca, secondo Frederiksen, deve potenziare la sua difesa anti-drone, sviluppare sistemi di rilevazione multilivello, rafforzare le leggi sulla protezione delle infrastrutture critiche e costruire una vigilanza civile e operativa che non dipenda soltanto da reazioni.


Un altro punto delicato toccato nel discorso è il ruolo della risposta pubblica alla paura. Gli attacchi ibridi vogliono seminare insicurezza, provocare reazioni eccessive, alimentare spaccature nel tessuto civile. La premier ha invitato il paese a non farsi trascinare da panico o tweet virali. Il messaggio è chiaro: reagire con compostezza, coesione e visione, non con isteria.


Nondimeno, la questione della provenienza degli attacchi resta aperta. Frederiksen non ha escluso che la Russia possa essere in qualche modo coinvolta, sebbene non abbia fornito prove definitive. Il riferimento implicito alle violazioni dello spazio aereo russo in altri paesi europei si inserisce in una narrativa di continuità: gli attacchi ibridi agiscono al confine, nella soglia strategica, dove l’escalation convenzionale è troppo costosa e troppo visibile.


Dal punto di vista strategico, il discorso della premier danese segna un punto di svolta: è l’atto politico con cui si dichiara che la Danimarca interpreta l’attacco come un fenomeno di sicurezza nazionale e non semplicemente come episodio isolato. Si chiede al Parlamento, ai cittadini e agli alleati una mobilitazione coordinata: tecnologie anti-drone, cooperazione nell’intelligence, regolamenti europei per incidenti aerei non convenzionali.


Questa argomentazione si inscrive in quel paradigma moderno che vede la guerra ibrida non come eccezione, ma come modalità ordinaria di conflitto nei tempi contemporanei: attacchi invisibili, sotto soglia, orchestrati per destabilizzare progressivamente lo stato e la società. La Danimarca vuole proporsi oggi non soltanto come vittima, ma come laboratorio di resistenza: che l’Europa guardi con attenzione; che la difesa non sia solo militare, ma diventi sistema integrato di sovranità, informazione, deterrenza e resilienza.


In serate come queste, il cielo sopra Copenaghen è diventato il palcoscenico di una sfida che si gioca nel silenzio e nella soglia. I droni non chiedono permesso, non portano bandiere, non rivendicano aperture. Ma spesso annunciano che una nuova frontiera di guerra è già qui: quella che colpisce infrastrutture, percezioni e istituzioni, senza che davanti ci siano carri armati — ma sistemi che palpano il limite tra spazio pubblico e vulnerabilità nazionale. La Danimarca ha scelto di non girarsi dall’altra parte.

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