top of page

Digital tax e regolazione fiscale delle big tech: la sfida dell’equità globale

Nel 2025 la tassazione dei giganti digitali è tornata al centro del dibattito economico internazionale. Mentre i colossi del web continuano a generare profitti multimiliardari operando su scala globale, la loro contribuzione fiscale nei singoli Paesi resta spesso marginale, sollevando questioni di equità, sovranità e competitività.

L’OCSE, con il sostegno del G20, ha rilanciato l’intesa sul cosiddetto “Pillar One e Pillar Two”, volto a redistribuire parte della tassazione sui profitti digitali nei Paesi dove avviene effettivamente il consumo, introducendo al contempo un’aliquota minima globale del 15% per le multinazionali con ricavi superiori ai 750 milioni di euro. Tuttavia, l’attuazione resta lenta, frammentata e soggetta a resistenze politiche, specialmente da parte degli Stati Uniti.

In assenza di un accordo vincolante universale, diversi Stati membri dell’UE, tra cui Francia, Italia e Spagna, hanno mantenuto in vigore imposte digitali nazionali (digital services tax) che colpiscono ricavi generati da pubblicità online, servizi di intermediazione e vendita di dati. Queste misure, sebbene temporanee, rappresentano una fonte di entrata per le casse pubbliche, ma hanno provocato tensioni commerciali con Washington e alimentato un clima di incertezza normativa.

L’Italia, in particolare, ha rivisto la propria digital tax nel 2025, ampliandone la base imponibile e rafforzando i meccanismi di accertamento. Le entrate previste per l’anno in corso superano gli 800 milioni di euro, ma restano lontane da una tassazione strutturale capace di colmare il divario con i modelli fiscali tradizionali. Inoltre, le imprese digitali più evolute continuano a sfruttare architetture societarie complesse e giurisdizioni a fiscalità agevolata per minimizzare il carico tributario effettivo.

Dal punto di vista macroeconomico, la tassazione delle big tech ha risvolti cruciali: in un’epoca in cui il capitale si muove con estrema rapidità e la produzione immateriale sfugge ai confini nazionali, la definizione di una fiscalità giusta e armonizzata è fondamentale per garantire la sostenibilità dei bilanci pubblici e l’equità concorrenziale tra imprese tradizionali e digitali.

In parallelo, cresce l’interesse dei mercati finanziari verso l’impatto regolatorio sui titoli tecnologici. Le Borse reagiscono con volatilità a ogni annuncio su nuove imposte o inchieste antitrust, e gli investitori istituzionali iniziano a considerare il “fattore compliance” come criterio selettivo per le strategie ESG.

Il futuro della digital tax dipenderà dalla capacità dei grandi blocchi economici di superare egoismi nazionali e adottare soluzioni multilaterali. Senza una governance fiscale condivisa, il rischio è un’escalation di conflitti normativi, con doppie imposizioni, frammentazione del mercato unico digitale e perdita di fiducia nel sistema.

La regolazione fiscale del digitale non è solo un problema tecnico, ma una questione politica di equità e coesione: decidere chi paga, dove e quanto, significa decidere il modello di società che vogliamo costruire.

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page