Ddl stupri, Bongiorno modifica il testo e scompare il riferimento al consenso nel confronto politico e giuridico
- piscitellidaniel
- 2 giorni fa
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La revisione del disegno di legge sugli stupri, con la modifica del testo proposta dalla senatrice Giulia Bongiorno e la scomparsa del riferimento esplicito al consenso, riapre un confronto delicato che intreccia diritto penale, tutela delle vittime e sensibilità politiche. Il cambiamento interviene su uno dei punti più discussi della riforma, perché il concetto di consenso è diventato negli ultimi anni un simbolo del tentativo di spostare l’asse della valutazione giuridica dalla violenza fisica alla volontà della persona offesa. La scelta di eliminarne il richiamo diretto dal testo normativo viene letta come una correzione tecnica, ma produce inevitabilmente un effetto politico e culturale, alimentando un dibattito che va oltre il perimetro strettamente legislativo. Il tema degli stupri, per sua natura, coinvolge una dimensione emotiva e sociale molto forte, e ogni intervento sul linguaggio normativo assume un valore che supera la mera formulazione giuridica.
La modifica proposta da Bongiorno viene motivata con l’esigenza di evitare ambiguità interpretative e di mantenere il reato ancorato a parametri oggettivi, coerenti con l’impianto del codice penale. Secondo questa impostazione, il rischio di una centralità assoluta del consenso sarebbe quello di introdurre elementi di incertezza probatoria, con possibili effetti distorsivi nei procedimenti giudiziari. La scomparsa della parola consenso dal testo non significa, nella lettura dei promotori, una riduzione della tutela delle vittime, ma un tentativo di rafforzare la tenuta giuridica della norma, evitando formulazioni che potrebbero prestarsi a interpretazioni contrastanti. Tuttavia, proprio questa scelta diventa il punto di frizione principale, perché tocca un nodo simbolico che negli ultimi anni ha assunto un peso crescente nel dibattito pubblico sul contrasto alla violenza sessuale.
Il confronto si sviluppa su due piani distinti ma intrecciati. Da un lato, c’è la dimensione tecnica, che riguarda la definizione degli elementi costitutivi del reato e la necessità di garantire certezza del diritto. Dall’altro, emerge una dimensione culturale e politica, in cui il riferimento al consenso viene percepito come un segnale di attenzione verso l’autodeterminazione della persona e verso un cambiamento di paradigma nella lettura dei reati sessuali. L’eliminazione del termine dal testo viene interpretata da una parte dell’opinione pubblica come un passo indietro, mentre per altri rappresenta una scelta di prudenza normativa. Il ddl diventa così un terreno di scontro simbolico, in cui si riflettono visioni diverse sul rapporto tra diritto penale e trasformazioni sociali.
Il dibattito parlamentare sul ddl stupri evidenzia anche la difficoltà di conciliare esigenze di chiarezza normativa con la pressione di un contesto sociale che chiede risposte forti e immediate. La violenza sessuale è uno dei temi su cui l’attenzione mediatica e l’opinione pubblica sono particolarmente sensibili, e ogni intervento legislativo viene valutato anche per il messaggio che trasmette. La modifica del testo proposta da Bongiorno si colloca in questo spazio di tensione, dove il legislatore deve misurarsi con la necessità di produrre norme applicabili e allo stesso tempo con l’aspettativa di un segnale politico chiaro. Il rischio, in questa fase, è che il confronto si polarizzi, riducendo la complessità del tema a una contrapposizione tra favorevoli e contrari al consenso come criterio centrale.
La scomparsa del riferimento al consenso riporta inoltre l’attenzione sul ruolo della giurisprudenza e sull’interpretazione delle norme esistenti. In assenza di un richiamo esplicito, sarà ancora una volta la prassi giudiziaria a dover valutare le circostanze dei singoli casi, ricostruendo la volontà delle parti sulla base degli elementi probatori disponibili. Questo aspetto solleva interrogativi sulla coerenza del sistema e sulla capacità di garantire una tutela effettiva e uniforme. Il ddl, così modificato, si inserisce in un quadro in cui il diritto penale continua a essere chiamato a rispondere a istanze sociali complesse, senza poter contare su soluzioni semplici o universalmente condivise.
La discussione sul testo del ddl stupri mostra infine come il linguaggio legislativo sia diventato un campo di battaglia centrale nel rapporto tra politica e società. La scelta delle parole, la loro presenza o assenza, assume un valore che va oltre la tecnica giuridica, perché contribuisce a definire il modo in cui lo Stato riconosce e affronta fenomeni di grande impatto sociale. La modifica proposta da Bongiorno si colloca esattamente in questo spazio, dove il diritto incontra la sensibilità collettiva e dove ogni intervento normativo viene inevitabilmente caricato di significati che travalicano il testo della legge. In questo contesto, il ddl continua il suo percorso parlamentare accompagnato da un dibattito che riflette non solo divergenze politiche, ma anche una più ampia discussione sul modo in cui la violenza sessuale viene compresa, narrata e regolata dall’ordinamento.


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