Dazi USA alla pasta italiana: slittamento temporaneo ma resta l’ombra della misura severa e la spinta verso linee bio solo
- piscitellidaniel
- 13 nov 2025
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La filiera italiana della pasta si trova a fronteggiare una turbativa significativa sul fronte dell’export verso gli Stati Uniti: gli Stati Uniti hanno annunciato dazi antidumping che potrebbero raggiungere una soglia fino al 107 % sulle importazioni di pasta italiana, con potenziali effetti fortemente destabilizzanti per un comparto simbolo del Made in Italy. La misura nasce da un’indagine del Dipartimento del Commercio statunitense nei confronti di 13 marchi italiani, accusati di pratiche di vendita a prezzi ritenuti “troppo bassi”, in grado di arrecare danno ai produttori americani. Sebbene l’entrata a regime sia stata oggetto di uno slittamento temporaneo, il rischio che una parte significativa delle esportazioni italiane verso l’oltreoceano venga sacrificata o rimodulata rimane elevato, con scenari che vedono la possibile esclusione della pasta “tradizionale” a favore di linee biologiche o prodotte localmente negli Stati Uniti.
Gli export italiani verso gli Stati Uniti nel comparto pasta sono tradizionalmente significativi e rappresentano un mercato strategico sia per volume sia per percezione di valore. Tuttavia l’apertura dell’indagine e l’indicazione di dazi potenzialmente del 107 % hanno generato un’immediata reazione del settore. Le aziende del comparto segnalano che solo pochi soggetti possiedono la struttura e la forza economica per assorbire un aumento tariffario di tali dimensioni; per la stragrande maggioranza, l’accresciuto onere doganale equivarrebbe a perdita secca di competitività o alla cessazione dell’attività esportativa verso gli Usa. La reazione del governo italiano e della Ue è stata tempestiva, con interventi diplomatici e monitoraggio in stretto coordinamento, visto che la misura coinvolge non solo l’Italia ma l’intera Unione europea in quanto esportatrice verso l’America.
Il fatto che il dazio sia stato temporaneamente rinviato ha simili implicazioni operative: lo slittamento di fatto non elimina la minaccia, ma concede un margine di tempo per le controparti italiane per adeguarsi, riformulare strategie di prezzo, logistica e assortimento e avviare interlocuzioni con le autorità americane. Nel frattempo, le aziende del settore stanno pensando a scenari alternativi e piani di contingenza che includono: produzione negli Stati Uniti, incremento della gamma biologica indirizzata al mercato americano, diversificazione dei mercati di destinazione e rafforzamento del valore aggiunto della pasta made in Italy al di fuori del continente nordamericano.
L’ipotesi che negli Stati Uniti vengano importate esclusivamente linee biologiche italiane si fonda su due ragioni. Da un lato il segmento “bio” è percepito come premium e potrebbe assorbire un dazio più elevato senza perdere del tutto la domanda. Dall’altro, la strategia di importare linee prodotte negli Stati Uniti o daziate in modo più moderato potrebbe essere adottata da alcune aziende italiane come risposta preventiva. Tuttavia, un modello del genere può alterare il perimetro del marchio made in Italy: se la pasta importata è “italiana” solo nel brand ma prodotta o assemblata oltreoceano, la componente identitaria rischia di essere erosa, con effetti reputazionali e di valore. Per le aziende italiane non solo è in gioco la tariffa corrente, ma l’intera logistica della prova del valore della pasta italiana, la sua percezione nel mercato americano e il posizionamento competitivo.
Sul piano della filiera, le ricadute sono multiple: il costo aumentato delle esportazioni può portare a una riallocazione delle risorse verso mercati alternativi, un possibile ridimensionamento dei flussi verso gli Usa con conseguente impatto sulle politiche di produzione, sulla capacità degli impianti, sulla gestione delle scorte e sulla programmazione delle semine. Le piccole e medie imprese – che in Italia costituiscono una parte consistente del settore della produzione della pasta – sono quelle più esposte agli effetti negativi: l’aumento dei dazi potrebbe spingere alcune a rinunciare all’export o a cercare partnership produttive in altri Paesi per mitigare il danno. Anche il costo per l’operazione – logistica, doganale, adeguamento normativo – è destinato ad aumentare, riducendo ulteriormente la marginalità.
Le imprese del settore stanno altresì valutando che lo slittamento del dazio costituisce una finestra per negoziazioni e contromosse: possono essere presentati ricorsi, si possono attivare misure diplomatiche e comunitarie, ma soprattutto occorre costruire una strategia di lungo termine più robusta. Il rischio è che se il dazio venisse confermato in modo definitivo, gli Stati Uniti diventerebbero un mercato quasi off-limits per la pasta italiana “standard”, mentre resterebbero accessibili solo quelle linee con caratteristiche particolari – come biologiche, premium, a basso volume ma alto valore – e, in alternativa, unità produttive localizzate negli Usa. Questo porterebbe a un cambiamento strutturale delle relazioni commerciali tra Italia e Stati Uniti nel comparto agroalimentare, con effetti a catena sulla filiera agro-industriale, sulla diplomazia commerciale e sulla politica di export nazionale.
Le istituzioni e le associazioni di categoria sono chiamate a monitorare da vicino l’evoluzione del dossier. È necessario che il comparto si doti di strumenti di difesa, di advocacy e di innovazione, per prevenire che la misura diventi effettiva e distruttiva. Il sistema della pasta italiana deve affrontare una fase nella quale la gestione del rischio commerciale e tariffario si fa centrale: dall’assicurazione dei mercati all’ottimizzazione dei canali alternativi, fino alla riconsiderazione dei format internazionali dell’export. È in questo scenario che le imprese dovranno anche puntare su storytelling, certificazione, qualità e sostenibilità come strumenti di differenziazione, e adattare la loro presenza commerciale esterna a una realtà in cui le barriere tariffarie possono mutare rapidamente, e non solo per la pasta, ma per l’intera agro-industria italiana.

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