Dazi al 100 % sui farmaci e attacchi alla Cina: Trump rilancia il protezionismo, gli agricoltori della soia alzano la voce
- piscitellidaniel
- 2 ott
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L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha lanciato una nuova offensiva protezionistica: in un pacchetto di misure che fa discutere, si prevedono dazi fino al 100 % sui farmaci importati, accompagnati da tariffe supplementari su camion, mobili e altri beni di consumo. Il movente dichiarato è rivendicare maggiore autonomia industriale, “riportare a casa” la produzione e proteggere i coltivatori nazionali di soia, che avrebbero sofferto negli ultimi anni le politiche commerciali della Cina. Dal suo quartier generale di Sochi, nel frattempo, Putin prepara un discorso che molti interpretano come una reazione diretta alle pressioni americane.
La stretta sulle importazioni farmacologiche rappresenta il “pezzo forte” del pacchetto: Trump ha annunciato che le tariffe massime colpiranno i farmaci di marca o coperti da brevetto (brand name), con l’esclusione — secondo quanto comunicato — per le aziende che abbiano già avviato stabilimenti produttivi negli Stati Uniti. La data fissata per l’entrata in vigore delle tariffe è il 1° ottobre, dando alle aziende un margine per adeguarsi. Il provvedimento è accompagnato da dazi del 25 % su camion pesanti, del 50 % su cucine e bagni e del 30 % su mobili imbottiti, in un disegno che va ben oltre il solo settore sanitario.
Dietro questa decisione si intravede una strategia politica chiara: dare segnale forte agli elettori del Midwest agricolo e industriale, esplicitare la volontà di contrastare la dipendenza dagli esteri su beni cruciali e spingere le imprese farmaceutiche ad accelerare gli investimenti sul territorio nazionale. Però la manovra scatena critiche immediate: operatori del settore segnalano che i rincari rischiano di gravare sui consumatori americani, sui costi delle cure e sulla tenuta del sistema sanitario, mentre produttori esteri e alleati commerciali osservano la mossa come un salto nel protezionismo unilaterale.
Il comparto agricolo diviene elemento retorico centrale nel discorso trumpiano. Il presidente ha accusato Pechino di danneggiare i coltivatori statunitensi di soia, con politiche commerciali predatorie e barriere non tariffarie che limitano le esportazioni made in Usa. Secondo Trump, imporre dazi sui farmaci serve anche a compensare un quadro di squilibrio commerciale che sfavorisce gli agricoltori. È un parallelo forte: se da un lato si colpisce un bene strategico come il farmaco, dall’altro si rivendica protezione per chi produce alimenti industriali come la soia, spesso destinataria di ritorsioni e conflitti tariffari precedenti con la Cina.
Il risultato è un pacchetto che combina messa sotto pressione del settore sanitario estero e incentivi impliciti alla produzione interna. Le aziende farmaceutiche estere — in particolare cinesi — che forniscono brevetti, principi attivi e composti finiti verso il mercato americano, si troveranno costrette a rivedere le supply chain, valutare la costruzione o espansione di impianti locali o anticipare investimenti in infrastrutture trasformatrici negli Stati Uniti.
Un effetto collaterale atteso è l’aumento dei prezzi dei farmaci negli Stati Uniti. Con dazi mortiferi sulla porzione di importazioni che attualmente copre buona parte dell’offerta farmaceutica, molte aziende americane potrebbero trovarsi a dover colmare il gap con produzione interna più costosa, subendo pressioni sui margini o trasferendo i costi sui pazienti. L’equilibrio tra protezione industriale e sostenibilità del sistema sanitario risulta quindi delicatissimo.
Sul piano internazionale, la mossa statunitense rischia di innescare reazioni da parte di partner e concorrenti. È probabile che paesi colpiti dai dazi valutino azioni compensative, contromisure tariffarie o ricorsi presso organismi multilaterali. Il discorso che Putin terrà da Sochi è atteso con attenzione: può diventare un contrattacco simbolico e politico, una risposta diplomatica che punta a galvanizzare alleanze alternative di commercio.
Nel contesto geopolitico, il pacchetto dazi si inserisce in una fase di tensione crescente tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti vogliono ribilanciare le relazioni commerciali, recuperare sovranità produttiva e ridurre la vulnerabilità su catene critiche. La Cina, già attiva con contromisure su prodotti agricoli americani, vedrà in queste mosse un’escalation che obbligherà a ridefinire strategie bilaterali e alleanze commerciali nell’Asia-Pacifico e oltre.
All’interno degli Stati Uniti, le reazioni politiche non saranno facili da governare. Diverse lobby sanitarie, assicurazioni, enti regolatori e gruppi di consumatori potrebbero opporsi, denunciando pericoli per l’accesso alle cure. Discutere un piano tariffario che colpisce i farmaci significa toccare uno dei nodi più sensibili della salute pubblica. Nel Congresso e nei tribunali federali è probabile che emergano contenziosi, richieste di esenzioni, misure compensative e revisione normativa.
La forza dell’annuncio e la sua ampiezza suggeriscono che l’amministrazione Trump intenda trasformare i dazi in strumento permanente, non solo in misura straordinaria. Occorre vedere se si tratti di bluff elettorale, leva negoziale su imprese farmaceutiche e partner esteri, o lancio di un nuovo corso protezionista strutturale.
Il pacchetto dà il segno che la “guerra dei dazi” statunitense non è terminata, ma riparte sotto nuove spoglie: non più solo acciaio e alluminio, ma salute, bevande, sigarette, mobili. In questa escalation, saranno cruciali le mosse degli alleati, la reazione dei mercati finanziari, la risposta del Congresso statunitense e l’efficacia di eventuali contromisure diplomatiche e commerciali.

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