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Dagli accordi sul clima ai migranti: Trump ordina il ritiro degli Stati Uniti da 66 trattati e organizzazioni internazionali

La decisione di Donald Trump di ordinare il ritiro degli Stati Uniti da 66 trattati e organizzazioni internazionali segna una svolta di ampia portata nella politica estera americana, riportando al centro una visione fortemente sovranista dei rapporti internazionali. Il provvedimento, che tocca ambiti strategici come il clima, la gestione dei flussi migratori, la cooperazione multilaterale e le istituzioni sovranazionali, rappresenta una riaffermazione dell’approccio “America first” declinato in una versione ancora più radicale e sistematica rispetto al passato.


Il ritiro riguarda accordi e organismi che costituiscono l’ossatura della governance globale costruita negli ultimi decenni. Trattati ambientali, intese sulla cooperazione internazionale e strutture multilaterali vengono considerati dall’amministrazione Trump come vincoli alla sovranità nazionale e come strumenti che limitano la libertà di azione degli Stati Uniti. La scelta riflette una lettura dei rapporti internazionali basata su interessi nazionali immediati, piuttosto che su logiche di condivisione delle responsabilità e di coordinamento globale.


Il capitolo climatico assume un valore simbolico particolarmente forte. Il disimpegno dagli accordi sul clima ribadisce una linea di netta contrapposizione alle politiche ambientali multilaterali, considerate penalizzanti per l’economia americana e per settori strategici come l’energia e l’industria manifatturiera. La decisione si inserisce in una narrazione che privilegia crescita economica e autonomia produttiva rispetto agli obiettivi di riduzione delle emissioni, accentuando la distanza tra gli Stati Uniti e gran parte della comunità internazionale sul tema della transizione ecologica.


Anche il fronte migratorio rientra pienamente nella logica del ritiro. Gli accordi e i meccanismi di cooperazione internazionale in materia di migrazioni vengono letti come strumenti che limitano la capacità degli Stati di controllare i propri confini. La scelta di uscire da queste intese rafforza l’idea di una gestione unilaterale del fenomeno migratorio, incentrata su sicurezza e deterrenza, e riduce gli spazi di coordinamento con altri Paesi su una questione che per sua natura travalica i confini nazionali.


Il provvedimento ha una chiara valenza politica interna. Il ritiro da trattati e organizzazioni internazionali parla direttamente a un elettorato che vede nel multilateralismo una minaccia all’autonomia nazionale e una fonte di costi non giustificati. La mossa consente a Trump di riaffermare un’identità politica fondata sulla rottura con l’establishment internazionale e sulla critica alle élite globali, rafforzando una narrazione di contrapposizione tra interessi nazionali e vincoli esterni.


Sul piano internazionale, la decisione apre interrogativi profondi sul ruolo degli Stati Uniti nel sistema globale. Il venir meno dell’impegno americano in numerosi organismi rischia di indebolire strutture che si basano sulla partecipazione delle grandi potenze per funzionare in modo efficace. Allo stesso tempo, il vuoto lasciato dagli Stati Uniti potrebbe essere colmato da altri attori, modificando gli equilibri geopolitici e rafforzando il peso di Paesi pronti a occupare spazi lasciati scoperti.


Il ritiro da un numero così elevato di accordi segnala una trasformazione del rapporto tra Washington e le istituzioni internazionali. Non si tratta di una revisione selettiva, ma di una scelta sistemica che mette in discussione il principio stesso della cooperazione multilaterale come strumento di gestione delle crisi globali. Questa impostazione rischia di ridurre la capacità di risposta coordinata a fenomeni come il cambiamento climatico, le migrazioni, le emergenze sanitarie e le tensioni geopolitiche.


Le ricadute economiche e diplomatiche della decisione sono destinate a essere significative. L’uscita da trattati e organizzazioni può incidere sulla prevedibilità delle relazioni internazionali e sulla fiducia dei partner, aumentando l’incertezza per imprese e investitori. La politica estera americana si muove così verso un modello più bilaterale e transazionale, in cui gli accordi vengono valutati caso per caso sulla base di benefici immediati, piuttosto che come parte di un sistema di regole condivise.


Il provvedimento riflette anche una visione della sovranità intesa in senso assoluto. La rinuncia a vincoli multilaterali viene presentata come una condizione necessaria per difendere l’interesse nazionale, anche a costo di ridurre gli spazi di cooperazione. Questa impostazione si scontra con un mondo sempre più interdipendente, in cui molte delle sfide principali richiedono soluzioni collettive e coordinate.


La scelta di ritirarsi da 66 trattati e organizzazioni internazionali rappresenta quindi un passaggio di forte discontinuità. Essa ridefinisce il posizionamento degli Stati Uniti nello scenario globale e contribuisce ad accentuare una frammentazione dell’ordine internazionale. Il messaggio politico è chiaro: Washington privilegia un approccio unilaterale, riducendo il peso delle regole condivise e riaffermando una centralità dello Stato nazionale come unico perno dell’azione politica e diplomatica.

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