Consumo di suolo in Italia, 2024 registra aumento significativo nonostante la decrescita demografica
- piscitellidaniel
- 24 ott
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L’ultimo rapporto sul consumo di suolo in Italia evidenzia un fenomeno preoccupante: il territorio continua a perdere aree naturali o agricole a favore di coperture artificiali, malgrado il calo della popolazione e l’impegno dichiarato di raggiungere la neutralità entro il 2030. I dati presentati attraverso il sistema di monitoraggio nazionale segnalano che, nel periodo più recente, si registra un’accelerazione del fenomeno di trasformazione del suolo, con numeri che vanno ben oltre la semplice impermeabilizzazione, toccando l’intero ecosistema del territorio e le funzioni dei suoli stessi. Secondo le stime, la quota di suolo artificiale nel Paese supera ormai il 7 % e continua ad aumentare, con un ritmo che non accenna a rallentare come auspicato dalle politiche ambientali e di pianificazione territoriale.
Il concetto di consumo di suolo viene definito come la variazione da copertura non artificiale a copertura artificiale, includendo sia le nuove costruzioni, le infrastrutture, le superfici impermeabilizzate, sia la parte di copertura che non può più svolgere la propria funzione originaria di regolazione, habitat o filtrazione. In termini pratici, significa che ogni anno in Italia vengono trasformati ettari di terreno che fino a poco tempo prima garantivano servizi ecosistemici quali l’assorbimento delle acque, la regolazione termica, la biodiversità e la produzione agricola. Il rapporto Nazionale fa anche distinzione tra “consumo permanente” e “consumo reversibile”, e definisce il “consumo netto” come la differenza tra nuovo suolo consumato e suolo riconvertito. È proprio questa definizione che permette di misurare quanto il Paese stia realmente avanzando verso l’azzeramento del consumo netto, obiettivo sancito a livello europeo.
Nel dettaglio, i numeri più recenti indicano che il consumo di suolo avanza al ritmo di circa 20 ettari al giorno, pari a oltre 70 km² l’anno in termini complessivi. In termini percentuali la copertura artificiale è salita al 7,16 % del territorio nazionale, con oltre 21.500 km² ormai classificati come occupati da superfici “artificiali”. Le trasformazioni coinvolgono non solo i nuovi edifici o infrastrutture, ma anche piazzali, parcheggi, strade, aree industriali, impianti fotovoltaici a terra e altri usi che, pur non essendo sempre visibili come tradizionale “cementificazione”, contribuiscono direttamente all’impermeabilizzazione e alla perdita di funzionalità del suolo. Il rapporto segnala che circa 88 % della superficie artificializzata rientra nella categoria di “suolo utile” ovvero aree che potenzialmente svolgevano attività agricole o naturali prima della trasformazione. Ciò significa che il fenomeno non riguarda solo “aree marginali” ma porzioni di territorio che erano produttive o ambientali.
Un aspetto rilevante riguarda la distribuzione territoriale del fenomeno. Le regioni del Nord-Ovest e del Nord-Est presentano alcune delle percentuali più alte di suolo consumato, con province che registrano valori prossimi al 10 % della superficie comunale occupata da copertura artificiale. Altre aree, come la Lombardia, il Veneto e la Campania, risultano tra le più colpite, sia in termini assoluti sia in termini percentuali. Le aree urbane e periurbane restano i focolai principali del consumo di suolo, ma un numero non trascurabile di trasformazioni avviene anche in aree a rischio idrogeologico o franoso, aggravando così il profilo di vulnerabilità del territorio italiano. Il rapporto evidenzia che, nel periodo più recente, oltre 16 km² del nuovo suolo consumato si trovano in aree a pericolosità idraulica e più di 5 km² in zone a pericolosità da frana, segnando un’incidenza che rappresenta un pericolo concreto per la sicurezza e la sostenibilità territoriale.
Il peso economico e ambientale del consumo di suolo non è trascurabile. Le funzioni ecosistemiche che vengono compromesse – come l’effetto spugna del terreno, la produzione agricola, lo stoccaggio del carbonio, la biodiversità e la regolazione del ciclo idrico – hanno un valore economico stimato in centinaia di milioni di euro all’anno. Lo strato superficiale del suolo, pur essendo una risorsa non rinnovabile nel breve periodo, viene trasformato senza che vi siano in molti casi contromisure efficaci di rigenerazione o riconversione. Il rapporto indica che solo una piccola frazione delle aree consumate viene effettivamente recuperata o de-impermeabilizzata: l’azione di ripristino resta marginale e non riesce a compensare il consumo netto. Il divario tra l’azione di consumo e quella di recupero disegna un bilancio territoriale che mette in agenda la necessità di una svolta nelle politiche di pianificazione, urbanistica e infrastrutturale.
Le cause che spingono il fenomeno sono molteplici e integrate tra loro. Da un lato l’espansione delle infrastrutture – strade, parcheggi, impianti logistici, centrali fotovoltaiche a terra – incide in modo diretto sulla riduzione del suolo naturale. Dall’altro, la domanda edilizia, la pressione del mercato immobiliare, la frammentazione del territorio e la mancanza di rigore nella pianificazione urbanistica contribuiscono ad alimentare la crescita dell’impermeabilizzazione. Anche la dimensione regolatoria svolge un ruolo importante: spesso gli strumenti urbanistici non sono aggiornati, la governance territoriale è debole e la capacità di controllo degli interventi limitata, con il risultato che molte trasformazioni avvengono senza che vengano applicate condizioni di rigenerazione o compensazione ambientale adeguate. Le normative regionali e comunali variano notevolmente e la presenza di un livello nazionale non sufficiente di coordinamento rende difficile una politica uniforme contro il consumo di suolo.
Un ulteriore fattore è la percezione che le aree “da sviluppare” siano disponibili e a basso costo, spesso situate poco oltre i confini urbani, contribuendo così a un modello di urbanizzazione diffusa (sprawl) che sottrae suolo agricolo e naturale per la costruzione di insediamenti a bassa densità, infrastrutture, depositi e strutture logistiche. Questa espansione, insieme alla pressione della logistica e della grande distribuzione, crea nuovi impatti su territori che fino a pochi anni fa erano considerati marginali o agricoli, trasformandoli rapidamente in aree tecniche e operative, con effetti permanenti. In questo contesto la rivalutazione delle aree esistenti e la rigenerazione urbana rappresentano leve fondamentali per mitigare il consumo di nuovo suolo.
Nonostante alcune iniziative e segnali di contenimento, il dato resta allarmante: il rapporto segnala che la decarbonizzazione e la transizione ecologica, pur presenti nei piani istituzionali, faticano a incidere in modo efficace sul fenomeno. Le politiche di stop al consumo di suolo netto, previste dall’Unione Europea e integrate nei programmi nazionali, non trovano ancora piena applicazione. La strategia che mira all’azzeramento del consumo di suolo netto entro il 2030 appare per il momento ambiziosa, vista la distanza che separa l’impegno adottato e i risultati concreti registrati.
Il fenomeno del consumo di suolo, oltre a essere un’emergenza ambientale, è anche un fattore che condiziona la resilienza territoriale, la capacità di risposta a eventi climatici estremi, la qualità delle infrastrutture e il benessere delle comunità. Territori che vedono una forte perdita di suolo naturale e agricolo sono più vulnerabili alle alluvioni, alle esondazioni, al dissesto idrogeologico e alla perdita di biodiversità. Questo legame tra suolo consumato, vulnerabilità e rischio è particolarmente evidente nelle regioni che registrano contestualmente un alto indice di pericolosità idrogeologica e una percentuale elevata di consumo di suolo.
L’attuale modello di consumo territoriale interroga dunque le scelte future di pianificazione, urbanistica, infrastrutturale e ambientale. La rigenerazione urbana, il riuso del suolo già edificato, l’adozione di strumenti di pianificazione che limitino la permeabilizzazione, la promozione di biodiversità urbana e la valorizzazione degli ecosistemi diventano elementi centrali di una strategia paesaggistica integrata. Il rilancio degli strumenti digitali, della cartografia satellitare e del monitoraggio territoriale permettono di avere dati sempre più puntuali e aggiornati, ma la sfida riguarda l’effettiva traduzione di queste informazioni in azioni concrete.
Il ritardo nella risposta politica e amministrativa rischia di compromettere la capacità dell’Italia di rispettare gli obiettivi europei in materia ambientale e di territoriale: senza un cambio di passo, il consumo di suolo potrebbe continuare a crescere in modo lineare o addirittura accelerato, aumentando il divario tra dichiarazioni e risultati pratici e mettendo ulteriormente sotto pressione la funzione stessa del suolo come risorsa strategica per la produzione, la resilienza e l’equilibrio ambientale.

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