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Commissione UE pronta a siglare accordo con l’Indonesia: CEPA verso la conclusione, opportunità commerciali, sfide ambientali e risvolti geopolitici

L’Unione Europea e l’Indonesia hanno raggiunto quella che viene definita da Bruxelles una pietra miliare nell’accordo commerciale atteso da anni: il CEPA (Comprehensive Economic Partnership Agreement), frutto di lunghe trattative che risalgono al 2016. Dopo diciannove round di negoziato, incontri bilaterali, verifiche politiche, clausole sugli standard ambientali, sui diritti dei lavoratori e sulle barriere tariffarie e non tariffarie, la Commissione Europea sembra pronta a concludere l’intesa entro settembre 2025, portata avanti dal commissario al commercio Maroš Šefčovič e dal ministro economico indonesiano Airlangga Hartarto.


L’accordo è stato definito “politico” nel suo stadio attuale, ovvero rappresenta un’intesa che stabilisce principi, linee guida, ambiti di applicazione e meccanismi di revisione, lasciando però alcuni dettagli tecnici da risolvere prima della firma formale. Tra i punti principali ci sono l’accesso reciproco ai mercati: l’Indonesia otterrà agevolazioni sulle esportazioni verso l’UE, compresi beni agricoli, prodotti della pesca, tessuti, calzature e materie prime, mentre l’Unione chiede la riduzione o eliminazione di tariffe sui prodotti manufatti europei e una maggiore apertura agli investimenti esteri nel paese asiatico.


Oltre al capitolo tariffario, il CEPA incorpora criteri di sostenibilità ambientale e sociale che sono stati oggetto di negoziati intensi. L’Indonesia, grande esportatore di materie prime critiche – tra cui nichel, legname, olio di palma e minerali vari – ha sollevato più volte il tema delle normative UE legate alla deforestazione, al rilascio di emissioni e alla gestione delle foreste, chiedendo trattamenti differenziati per piccole comunità agricole rispetto ai grandi operatori, oltre a tempistiche più flessibili per i controlli. Bruxelles ha accettato di includere clausole che tengano conto di questi fattori, ma resta da vedere come verranno applicate in concreto, come si verificherà la conformità con i regolamenti UE e quali strumenti di monitoraggio saranno stabiliti.


Sul fronte economico, le stime preliminari indicano che il CEPA potrebbe portare a un significativo aumento del commercio bilaterale. L’Indonesia prevede una crescita export verso l’Europa che potrebbe arrivare al 50 % entro pochi anni, se l’accordo sarà ratificato e implementato in modo efficiente. Anche l’artigianato, il settore tessile, il calzaturiero e la pesca si trovano tra quelli che potrebbero beneficiare maggiormente dalle riduzioni tariffarie. Per l’UE, l’apertura verso le materie prime strategiche, le agro-commodities, la filiera del legname, e gli investimenti nel settore delle tecnologie verdi rappresentano opportunità di diversificazione, di rafforzamento delle catene del valore, e di riduzione della dipendenza da fonti esterne.


Dal punto di vista geopolitico, la conclusione del CEPA con l’Indonesia assume valore strategico. Jakarta è il paese più popoloso del Sud-Est asiatico, con un’economia in forte crescita, risorse naturali importanti, posizione centrale tra Asia e Oceania. Per l’Europa è un partner chiave non solo per il commercio ma per affermare una politica estera e commerciale più autonoma rispetto a pressioni esterne, per reinventare alleanze produttive, per promuovere standard ambientali e sociali elevati su scala globale. L’accordo è visto anche come risposta al protezionismo in aumento, alle tensioni commerciali e alle instabilità nelle catene di approvvigionamento globali.


Tuttavia, le criticità non mancano. I tempi per la ratifica saranno determinanti: dopo la firma formale sarà necessario che il Parlamento Europeo, i governi degli Stati membri e le istituzioni indonesiane approvino il testo definitivo, che tutte le parti coinvolte confermino le clausole su sostenibilità, trasparenza, standard ambientali e sui controlli. C’è il rischio che il processo venga rallentato da opposizioni politiche interne, da lobby agricole o industriali che temono concorrenza sleale, da nazionalismi economici, da conflitti normativi interni.


Altri nodi tecnici importanti riguardano le barriere non tariffarie: standard fitosanitari, regole sull’origine dei prodotti, certificazioni ambientali, pratiche relative al commercio digitale, tutela dei diritti di proprietà intellettuale, trasparenza e governance degli investimenti, trattamento delle imprese statali. Anche il tema delle regole sull’equiparazione tra esportatori indonesiani e produttori europei in termini di requisiti ambientali e sociali emerge come elemento che potrà far pendere l’ago della bilancia in modo significativo.


Le imprese europee che esportano verso l’Indonesia saranno attente a quanto verrà negoziato sulla regolamentazione locale, sui requisiti di etichettatura, sugli obblighi locali che l’Indonesia potrebbe imporre per favorire imprese nazionali rispetto alle importazioni. Allo stesso tempo, produttori indonesiani guarderanno al fatto che le riduzioni tariffarie non vengano compensate da costi elevati dovuti ai nuovi standard UE, che potrebbero rendere meno competitive le esportazioni se il prezzo della conformità fosse troppo alto.

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