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Chat Control: l’Unione europea approva il nuovo quadro di sorveglianza contro gli abusi sui minori, ma l’Italia si astiene

Il primo via libera al regolamento noto come Chat Control segna un passaggio decisivo nel percorso normativo europeo finalizzato alla prevenzione degli abusi sessuali su minori online. I governi dei Ventisette si sono espressi su una versione aggiornata del testo, approvata da 26 Paesi, mentre l’Italia ha scelto di astenersi, assumendo una posizione che riflette una tensione crescente tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti digitali. Il provvedimento, al centro di discussioni lunghe e controverse negli ultimi anni, introduce un sistema organico di monitoraggio dei contenuti digitali, con disposizioni che incidono direttamente sulle piattaforme di messaggistica e sui servizi che utilizzano crittografia end-to-end.


Il cuore della proposta riguarda l’obbligo per le piattaforme digitali di implementare strumenti tecnici capaci di rilevare, segnalare e contrastare la circolazione di materiale relativo ad abusi su minori. Le norme stabiliscono che, in presenza di ordini mirati da parte delle autorità, i servizi di comunicazione dovranno attivare sistemi di rilevamento automatico dei contenuti, anche quando protetti da crittografia. Questo punto rappresenta l’elemento più sensibile del pacchetto legislativo: la scansione preventiva dei messaggi rischia infatti di incidere sulla riservatezza delle comunicazioni che la crittografia end-to-end garantisce, trasformando un principio cardine della protezione dei dati personali.


La presidenza di turno del Consiglio ha illustrato di avere lavorato per ridurre la portata delle scansioni generalizzate, introducendo limiti e controlli, ma la natura del meccanismo rimane oggetto di forti perplessità. Le tecnologie proposte si basano su sistemi di intelligenza artificiale in grado di confrontare immagini, testi e video con database certificati, generando segnalazioni automatiche alle autorità competenti. La possibilità che tali strumenti producano errori, falsi positivi o intercettazioni eccessivamente invasive rappresenta uno dei nodi più criticati dai difensori dei diritti digitali, che temono un’evoluzione verso forme di sorveglianza strutturale.


L’astensione italiana si colloca proprio in questa cornice. Il governo ha espresso dubbi sulla compatibilità del testo con i principi costituzionali in materia di libertà e segretezza delle comunicazioni, nonché sulla sostenibilità tecnica di una misura che, incidendo sulla cifratura, potrebbe creare vulnerabilità sfruttabili da attori malevoli. La posizione italiana, pur non bloccando il percorso del regolamento, apre una frattura visibile tra gli Stati membri sul grado di invasività accettabile nella lotta alla pedocriminalità online. Alcuni Paesi ritengono imprescindibile uno strumento unico e obbligatorio, mentre altri temono che la regolamentazione possa tradursi in un controllo indiscriminato sui cittadini.

Un ulteriore elemento di complessità emerge dal ruolo delle piattaforme tecnologiche, molte delle quali hanno già manifestato difficoltà nell’adeguarsi a un sistema che richiede modifiche profonde alle infrastrutture digitali. L’introduzione di sistemi di scansione preventiva implica non solo investimenti rilevanti, ma anche una revisione del modo stesso in cui le comunicazioni vengono elaborate, soprattutto per quei servizi basati su crittografia forte. Le aziende temono che l’obbligo di introdurre backdoor o sistemi di lettura anticipata possa minare la fiducia degli utenti e compromettere la sicurezza informatica, esponendo i sistemi a rischi di intrusione e violazione.


Il dibattito attorno al regolamento evidenzia anche un’altra dimensione: l’equilibrio tra risorse investigative tradizionali e strumenti automatizzati. Alcuni governi sottolineano che l’aumento dei reati digitali rende necessaria una risposta tecnologica adeguata, capace di individuare rapidamente contenuti illegali che altrimenti sfuggirebbero al controllo. Altri osservatori rilevano invece che l’efficacia di questi sistemi resta incerta, poiché la pedocriminalità si sposta rapidamente su canali alternativi, piattaforme decentralizzate e strumenti di cifratura personalizzata che potrebbero sottrarsi ai meccanismi previsti dal regolamento.


La procedura legislativa non è ancora conclusa. Con l’approvazione politica dei Ventisei — e l’astensione italiana — il testo passa ora alla fase di confronto con il Parlamento europeo, dove le posizioni sono tradizionalmente più caute nei confronti della sorveglianza digitale. L’emiciclo ha in passato adottato modifiche che mitighino l’impatto sulla privacy e introducano garanzie più solide per impedire abusi. Sarà dunque in questa fase che si deciderà il destino dei passaggi più controversi, soprattutto quelli legati alla scansione dei contenuti cifrati e alla valutazione proporzionale degli ordini di rilevamento.


L’opinione pubblica, nel frattempo, rimane fortemente divisa. Le associazioni che si occupano di tutela dei minori sostengono il provvedimento come un passo necessario per contrastare fenomeni sempre più diffusi e sofisticati. Le organizzazioni per i diritti civili, invece, denunciano il rischio di un precedente normativo che autorizzi, in nome della sicurezza, un monitoraggio costante delle comunicazioni private. L’Italia, scegliendo l’astensione, si colloca al centro di queste due sensibilità, rimarcando la volontà di conciliare la protezione dei minori con la salvaguardia delle libertà fondamentali.


Il percorso del Chat Control si configura dunque come una delle sfide più delicate della politica digitale europea degli ultimi anni, capace di incidere profondamente sul rapporto tra cittadini, tecnologie e potere pubblico. L’avanzamento del testo, pur segnando una tappa importante, apre un capitolo ancora più complesso che richiederà una valutazione attenta delle conseguenze tecniche, giuridiche e democratiche di un regolamento destinato a ridisegnare il modo in cui l’Europa affronta la criminalità online e tutela i diritti digitali delle persone.

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