Capitale umano e produttività: la leva dimenticata della crescita italiana
- Giuseppe Politi

- 29 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Nel dibattito sulle cause della debole crescita economica dell’Italia, il capitale umano rappresenta una delle leve meno valorizzate ma più determinanti. La produttività del lavoro, stagnante da oltre due decenni, è intimamente legata alla qualità delle competenze, alla formazione continua e alla valorizzazione del talento. Eppure, a fronte di ingenti investimenti in infrastrutture e incentivi alle imprese, l’investimento sul fattore umano è rimasto in secondo piano.
Il capitale umano va inteso non solo come dotazione di istruzione formale, ma come combinazione dinamica di conoscenze, abilità, attitudini e motivazione, in grado di generare innovazione e valore aggiunto. In Italia, tuttavia, persistono gravi squilibri: i tassi di abbandono scolastico sono tra i più alti d’Europa, la percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni è ancora inferiore alla media OCSE, e la mobilità sociale resta drammaticamente bassa.
Il tessuto imprenditoriale italiano, composto per lo più da micro e piccole imprese a gestione familiare, ha storicamente privilegiato la fidelizzazione dei lavoratori piuttosto che lo sviluppo delle competenze. La formazione professionale è spesso episodica, legata a singoli adempimenti normativi, più che a un disegno strategico di crescita delle risorse umane.
La sfida della produttività non può essere vinta senza una trasformazione culturale. I paesi che hanno puntato con decisione sulla formazione continua, sulla digitalizzazione delle competenze e sulla valorizzazione dei talenti – come la Germania, la Svezia o i Paesi Bassi – registrano livelli di produttività ben superiori, pur operando in contesti simili quanto a tessuto produttivo e dimensione media delle imprese.
Servono politiche industriali orientate alla formazione. Il PNRR rappresenta un’occasione unica per rafforzare la filiera della formazione tecnica superiore (ITS), aggiornare i curricula universitari, potenziare i centri per l’impiego e incentivare l’apprendimento permanente. Fondamentale anche il ruolo delle imprese, che devono percepire la formazione come investimento e non come costo.
Non meno importante è l’attrazione e la valorizzazione dei talenti. Troppi giovani qualificati emigrano all’estero per mancanza di opportunità adeguate. Un’emorragia silenziosa che priva il Paese delle sue energie migliori. Occorrono misure fiscali, contrattuali e organizzative per attrarre i migliori, trattenere i talenti in Italia e favorire il rientro dei cervelli.
Infine, la produttività non si alimenta solo con tecnologia e capitale fisico, ma con l’energia, la creatività e la preparazione delle persone. È tempo di invertire la rotta e fare del capitale umano il vero motore della competitività italiana. Senza questa svolta, ogni politica industriale rischia di essere inefficace, ogni investimento incompleto, ogni crescita effimera.




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