Boscaini: in Italia troppe DOC, ne basterebbe una ventina per rafforzare identità e mercato del vino
- piscitellidaniel
- 4 giorni fa
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Il dibattito sulla proliferazione delle denominazioni di origine nel settore vitivinicolo italiano torna al centro dell’attenzione grazie alle dichiarazioni di Sandro Boscaini, figura di riferimento del vino italiano e profondo conoscitore delle dinamiche che regolano un comparto strategico per l’economia nazionale. La sua posizione è chiara: l’Italia conta un numero eccessivo di DOC, spesso sovrapposte, frammentate o poco riconoscibili, e sarebbe più efficace ridurle a una ventina, con l’obiettivo di valorizzare realmente i territori e costruire un’identità più forte sui mercati internazionali. Il tema non riguarda solo il marketing del vino, ma anche la sostenibilità economica delle imprese, la comunicazione verso i consumatori e la capacità del sistema produttivo di competere in un mercato globale sempre più affollato e complesso.
Secondo Boscaini, l’attuale sistema delle denominazioni rischia di creare confusione nel consumatore, soprattutto estero, che spesso fatica a distinguere tra un numero così ampio di sigle, aree e sottozone. La frammentazione rende difficoltoso costruire un racconto unitario e riconoscibile, e indebolisce la forza del brand-Paese. Mentre realtà come Francia o Spagna hanno un impianto più razionalizzato e immediato, l’Italia si presenta come un mosaico di denominazioni che, pur rappresentando ricchezze territoriali e tradizioni locali, finiscono con il disperdere l’attenzione del mercato e con il rendere più complessa l’attività promozionale. Per Boscaini, semplificare non significa cancellare l’identità dei territori, ma valorizzarla attraverso una selezione più rigorosa delle denominazioni veramente capaci di rappresentare un segmento significativo del patrimonio vitivinicolo.
Il nodo centrale riguarda la capacità delle denominazioni di garantire qualità e riconoscibilità. Troppe DOC, soprattutto quelle nate negli ultimi decenni, non hanno raggiunto una massa critica sufficiente per imporsi sui mercati, né dispongono dei mezzi economici e organizzativi per promuovere efficacemente il proprio nome. La competizione interna tra denominazioni limitrofe, talvolta sovrapposte per caratteristiche geografiche o stile produttivo, accentua la dispersione. La proposta di ridurre il numero complessivo delle DOC dovrebbe accompagnarsi, secondo Boscaini, a un lavoro di aggregazione e consolidamento che consenta di concentrare risorse e energie in denominazioni con un potenziale più ampio e con una coesione produttiva più evidente.
Dal punto di vista delle imprese, la proliferazione delle denominazioni comporta implicazioni economiche importanti. Le aziende vitivinicole, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, devono investire in comunicazione, certificazioni, controlli e attività promozionali che spesso non producono risultati proporzionati agli sforzi sostenuti. In un mercato internazionale dominato da player globali, la dispersione delle denominazioni limita la capacità del vino italiano di presentarsi come un sistema unitario. È una questione di strategia: concentrarsi su poche denominazioni forti potrebbe aumentare la competitività complessiva, semplificando il messaggio verso il consumatore e migliorando la percezione dell’offerta italiana.
Un altro elemento su cui Boscaini pone l’attenzione è la necessità di un cambiamento culturale all’interno della filiera. La tendenza ad attribuire nuove DOC come forma di riconoscimento politico o territoriale ha generato un’inflazione di sigle che non sempre rispondono a criteri qualitativi rigorosi o a una reale domanda di mercato. Per riformare il sistema, occorre superare logiche localistiche e puntare su un modello in cui la denominazione rappresenta un marchio di garanzia riconosciuto a livello internazionale. Ciò richiede un lavoro di governance condivisa, in cui consorzi, produttori e istituzioni possano trovare un equilibrio tra tutela delle tradizioni e necessità di efficienza.
Anche dal punto di vista del consumatore, la questione della semplificazione è rilevante. L’eccesso di denominazioni può generare incertezza, soprattutto in un contesto in cui il vino è sempre più consumato da persone che si avvicinano al settore con curiosità ma senza competenze tecniche approfondite. Per il consumatore medio, orientarsi tra decine e decine di sigle può diventare un ostacolo, mentre un sistema più snello e comunicativamente efficace potrebbe incentivare la conoscenza e il consumo consapevole. Le grandi denominazioni forti funzionano perché raccontano storie chiare, semplici da ricordare e immediatamente riconducibili a un territorio identificabile.
Un aspetto che emerge con forza riguarda inoltre la capacità di affrontare le sfide globali del mercato del vino. La competizione non avviene più soltanto all’interno dell’Europa: Paesi come Stati Uniti, Australia, Cile, Argentina e Sudafrica stanno sviluppando modelli produttivi altamente efficienti e strategie di marketing aggressive. In questo scenario, l’Italia deve essere in grado di presentarsi con un’identità chiara e un messaggio forte, che vada oltre la frammentazione dei territori e la mole di denominazioni. Razionalizzare non significa appiattire le differenze, ma rendere più efficace la loro comunicazione.
Infine, la proposta di ridurre il numero complessivo delle DOC tocca anche temi legati alla sostenibilità. Un sistema più razionale potrebbe semplificare controlli, certificazioni e processi di tracciabilità, favorendo pratiche produttive più omogenee e orientate alla qualità. Le denominazioni più forti avrebbero maggiori risorse per investire in programmi di sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica, elementi ormai imprescindibili per rimanere competitivi nei mercati globali.
Il tema sollevato da Boscaini si inserisce dunque in un dibattito più ampio che riguarda l’identità stessa del vino italiano. In un settore in cui tradizione e innovazione convivono, la sfida è individuare un equilibrio tra la tutela delle specificità locali e la necessità di presentarsi in modo più coordinato sui mercati internazionali. L’invito alla semplificazione non vuole ridurre la ricchezza del sistema, ma offrire una strategia di lungo periodo che permetta al vino italiano di competere con maggiore efficacia e di rafforzare ulteriormente la propria immagine nel mondo.

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