Assalto finale a Gaza City, l’Onu accusa genocidio: diciassette morti all’alba mentre la battaglia entra nel vivo
- piscitellidaniel
- 17 set
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Da ore Gaza City è sotto un’offensiva israeliana dichiarata come “fase cruciale” dalle autorità di Tel Aviv, decise a prendere il controllo della città nella più intensa delle operazioni finora scatenate nella Striscia. Le truppe di terra, i bombardamenti aerei e gli attacchi con mezzi corazzati continuano senza soluzione di continuità: il governo israeliano sostiene che la resistenza di Hamas debba essere annientata, mentre le appelli internazionali per la protezione dei civili aumentano, in un crescendo drammatico di vittime e distruzione. Secondo fonti mediche locali, all’alba diciassette persone sono state uccise nei raid, sette delle quali a Gaza City, mentre centinaia hanno subito ferite; la notte ha fatto registrare anche spostamenti di massa, con migliaia di civili in fuga dalle zone più colpite.
Il fronte diplomatico si surriscalda: la Commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha lanciato accuse forti, parlando di genocidio in corso nella Striscia di Gaza, riferendosi alla dimensione sistematica della violenza, agli ordini di evacuazione forzata dei civili, all’interruzione dei servizi sanitari, all’accesso limitato a beni essenziali come cibo, acqua e medicine, e all’impatto disastroso sulle infrastrutture civili. L’Unione Europea ha espresso forte condanna verso le operazioni israeliane, mentre in interno sceglie il silenzio o si limita a richieste formali di cessate il fuoco da parte di alcuni Stati; le proteste crescono anche all’estero, con associazioni umanitarie che chiedono misure concrete per fermare l’escalation.
Le modalità dell’offensiva lasciano emergere una logica d’accerchiamento militare combinata a distruzione massiva: raid aerei che colpiscono quartieri ad alta densità abitativa, uso di mezzi pesanti per avanzamenti di terra, ordini di evacuazione che obbligano centinaia di migliaia di residenti a lasciare la propria casa in brevissimo tempo. Israele afferma che molti di questi spostamenti sono necessari per motivi di sicurezza e per proteggere i civili, ma le testimonianze locali parlano di bombardamenti ininterrotti, di corridoi umanitari dichiarati “sicuri” che poi non garantiscono protezione, di interruzioni di corrente, acqua, comunicazioni.
Le organizzazioni umanitarie denunciano che il sistema sanitario è al collasso: ospedali pieni oltre ogni capacità, mancanza di medicinali, difficoltà nell’evacuare i feriti e nell’operare su scala di emergenza. Le restrizioni nel passaggio di aiuti internazionali rendono ogni tentativo di soccorso sempre più complicato, mentre le condizioni di vita nei rifugi sono drammatiche. Bambini, anziani, malati rappresentano la stragrande maggioranza delle vittime civili, molti dei quali vengono colpiti anche durante il sonno, senza possibilità di fuga sicura.
Il Primo Ministro israeliano e i vertici militari insistono che la caduta di Gaza City significherebbe la fine del comando operativo di Hamas, la liberazione degli ostaggi e il ristabilirsi del controllo su una zona ritenuta strategica. Il ministro della Difesa parla di “diritto di autodifesa” e di “necessità operativa”. Ma anche gli avversari politici interni, gli Stati vicini, le organizzazioni internazionali fanno notare che l’intensità dell’attacco e gli effetti sulla popolazione civile sono tali da suscitare interrogativi gravi, anche sul rispetto del diritto internazionale umanitario.
Il concetto di “genocidio” evocato dalle Nazioni Unite e da ONG internazionali è al centro del dibattito: non è un’accusa leggera né nuova, ma oggi assume peso maggiore nella narrazione pubblica internazionale proprio per la scala dei danni, per gli ordini d’evacuazione generalizzati, e per la difficoltà per i civili di sottrarsi all’impatto diretto dell’offensiva. Molti esperti richiamano che secondo le convenzioni internazionali, qualora vi sia intenzione o azione sistematica contro una popolazione civile, si apre lo spazio per riconsiderare la qualificazione legale delle operazioni in corso.
La tensione cresce anche in Israele: l’esercito afferma di aver colpito decine di obiettivi nella notte, molti dei quali nella zona di Gaza City, e che l’avanzata di terra prosegue, mentre il governo invita la popolazione a non cedere alle pressioni esterne di condanna. Le autorità israeliane respingono l’accusa di genocidio, sostenendo che ogni azione è rivolta esclusivamente contro Hamas e suoi comandi, che viene fatto ogni sforzo per evitare vittime civili e che le evacuazioni sono richieste nelle zone ad alto rischio.
La popolazione civile registra ogni giorno nuove perdite, nuove distruzioni, nuove sfollate. Le famiglie cercano rifugio dove possono, ma spesso le scalette di fuga sono interrotte da bombardamenti, da reti elettriche spente, da strade bloccate. I collegamenti sanitari sono compromessi, molti ospedali operano con generatori, con scarsità di personale, con difficoltà nel reperire sangue, medicinali, carburante.
Il calcolo politico internazionale è ora molto complesso: da un lato chi chiede immediate sanzioni, da un altro chi cerca vie diplomatiche per un cessate il fuoco condizionato, che assicuri protezione per i civili e apertura di corridoi umanitari reali, non solo annunciati. Le critiche si elevano anche verso chi mantiene forniture militari o supporto diplomatico all’operazione, accusato di essere indirettamente corresponsabile delle conseguenze umanitarie.

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