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All’assemblea Onu si riapre il tavolo sul riconoscimento della Palestina, mentre a Gaza cresce la tensione e la flottiglia denuncia l’inseguimento di droni non identificati

Il dibattito internazionale sulla questione palestinese ha conosciuto un nuovo momento di centralità con l’avvio dei lavori dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove il riconoscimento della Palestina come Stato membro a pieno titolo è tornato al centro delle discussioni diplomatiche. Il tema, che divide la comunità internazionale da decenni, è riemerso con forza in un contesto segnato dall’escalation della guerra a Gaza e dall’inasprimento delle tensioni regionali, alimentando le richieste di una soluzione politica che possa aprire spiragli di dialogo dopo mesi di conflitto.


La leadership palestinese ha ribadito con fermezza la necessità che l’Onu proceda verso un riconoscimento formale, sostenendo che solo questo passo potrà garantire una base solida per il rilancio del processo di pace. Il presidente Mahmoud Abbas e i rappresentanti dell’Autorità nazionale palestinese hanno chiesto ai Paesi membri di superare le esitazioni e di prendere una posizione chiara, ricordando che più di 150 Stati già riconoscono la Palestina a livello bilaterale. Secondo Ramallah, il passaggio a membro effettivo consentirebbe non solo di rafforzare il peso diplomatico, ma anche di garantire una maggiore tutela dei civili nei territori occupati.


Israele ha reagito con fermezza, accusando l’Onu di legittimare posizioni unilaterali e ribadendo che qualsiasi riconoscimento anticipato comprometterebbe la possibilità di un negoziato diretto. Tel Aviv continua a sostenere che la questione dello Stato palestinese debba essere risolta esclusivamente attraverso trattative bilaterali e non attraverso decisioni prese in sede internazionale. La posizione israeliana ha ricevuto l’appoggio degli Stati Uniti, che pur mantenendo un approccio prudente sulla crisi in corso, restano contrari a un riconoscimento pieno al di fuori di un processo negoziale.


In questo quadro diplomatico si intrecciano gli eventi sul campo. A Gaza la situazione umanitaria rimane drammatica, con bombardamenti che continuano a colpire la Striscia e con una popolazione stremata dalla carenza di cibo, acqua ed energia. Le agenzie umanitarie presenti sul territorio denunciano l’impossibilità di garantire assistenza adeguata a causa delle ostilità, mentre cresce la pressione internazionale affinché si arrivi almeno a una tregua che consenta corridoi sicuri per gli aiuti.


Parallelamente, nuove tensioni sono emerse con la vicenda della flottiglia di attivisti diretta verso Gaza, che ha denunciato di essere stata inseguita da droni non identificati nel Mediterraneo orientale. L’episodio ha immediatamente acceso sospetti su un possibile coinvolgimento israeliano, anche se al momento non vi sono conferme ufficiali. Gli organizzatori della flottiglia, che intendevano portare aiuti simbolici e denunciare il blocco della Striscia, hanno parlato di “intimidazioni” e hanno chiesto protezione internazionale, sottolineando i rischi crescenti per chi cerca di portare solidarietà concreta ai civili palestinesi.

Il collegamento tra la discussione all’Onu e gli eventi in mare non è casuale. La crisi di Gaza continua a catalizzare l’attenzione globale e a porre la questione palestinese al centro delle agende politiche, dopo anni in cui il tema sembrava aver perso peso a livello internazionale. La possibilità di un riconoscimento da parte delle Nazioni Unite si lega direttamente alla pressione dell’opinione pubblica e al tentativo di rispondere a una situazione che rischia di degenerare ulteriormente.


Molti Paesi europei guardano con interesse a questa apertura. La recente decisione del Regno Unito di riconoscere la Palestina ha già dato un segnale importante, e ora il fronte dei governi favorevoli potrebbe allargarsi. Spagna, Irlanda e Norvegia hanno confermato la loro disponibilità, mentre Francia e Germania restano più caute, consapevoli delle ripercussioni che una simile scelta avrebbe sui rapporti con Israele e con gli Stati Uniti.


Sul piano regionale, l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo osservano con attenzione le mosse dell’Onu. Riad, impegnata in un difficile equilibrio tra rapporti con Washington e solidarietà alla causa palestinese, potrebbe sfruttare questa fase per rafforzare il proprio ruolo diplomatico e riaffermare la leadership nel mondo arabo. L’Egitto e la Giordania, da sempre coinvolti nella gestione della crisi di Gaza, spingono per una soluzione che eviti il collasso definitivo della Striscia e che tenga viva la prospettiva dei due Stati.


L’apertura del tavolo all’Assemblea generale si carica quindi di un forte significato politico. Da un lato rappresenta un’occasione per rilanciare la questione palestinese su scala globale, dall’altro rischia di acuire le divisioni all’interno delle Nazioni Unite e tra i principali attori internazionali. L’esito del dibattito non appare scontato: se da un lato i numeri sembrano favorire la causa palestinese, dall’altro il veto americano al Consiglio di Sicurezza resta un ostacolo difficilmente superabile.


Il momento scelto dalla leadership palestinese, tuttavia, appare strategico. L’emergenza umanitaria a Gaza e la crescente pressione dell’opinione pubblica mondiale creano una finestra di opportunità che potrebbe dare slancio a una battaglia diplomatica rimasta a lungo in secondo piano. Il riconoscimento della Palestina come membro effettivo dell’Onu non cambierebbe immediatamente la situazione sul terreno, ma avrebbe un valore simbolico e politico enorme, capace di influenzare gli equilibri regionali e di ridefinire il quadro delle relazioni internazionali.

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