Afghanistan, stop all’internet in diverse province: i Talebani motivano la misura come lotta all’immoralità, ma rischi e danni si moltiplicano
- piscitellidaniel
- 29 set
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Negli ultimi giorni l’Afghanistan è stato attraversato da una decisione drammatica: in vaste aree del Paese le autorità talebane hanno ordinato lo spegnimento della rete Internet via fibra ottica e del servizio WiFi, con la motivazione ufficiale di “prevenire immoralità e corruzione”. La misura non è circoscritta: è già estesa a province come Balkh, Kandahar, Helmand, Badakhshan e Nangarhar, e viene considerata preludio a una sospensione nazionale generalizzata. Il comunicato provinciale invocherà che “alternative saranno previste per bisogni essenziali”, ma le realtà locali denunciano che anche queste misure sono vane: le attività scolastiche online vengono bloccate, i sistemi bancari funzionano a rilento, le comunicazioni sociali si interrompono, mentre il commercio estero e le imprese digitali sprofondano in un vuoto.
L’ordine proviene dall’alto: fonti ufficiali afghane affermano che l’Emiro supremo Hibatullah Akhundzada avrebbe sollecitato la sospensione per “salvaguardare i valori morali” e impedire che la rete diffonda contenuti contrari alla visione religiosa imposta dai Talebani. In Balkh, il governatorato locale ha annunciato che “la fibra è disconnessa su ordine dell’emiro” e che “solo la rete telefonica rimane attiva, ma è soggetta a controlli”. Il blocco è stato replicato in altre province, secondo una strategia che sembra accelerare verso una chiusura sistemica: ogni operatore è stato incaricato di adempiere e nessuna eccezione è stata formalizzata.
Le conseguenze sociali sono immediate: migliaia di studenti, soprattutto ragazze, che seguivano lezioni virtuali, si trovano improvvisamente tagliati fuori dall’istruzione. Alcuni affermano che la connessione era la loro unica via per continuare a studiare, soprattutto dopo i divieti scolastici imposti ai loro ordini. Le donne che lavoravano da remoto, interpreti, redattrici, freelance digitali — categorie che già operavano al limite — si trovano senza reddito e senza prospettiva. Un’attivista digitale ha denunciato che il blocco ha “toccato il respiro dell’ultimo spazio di libertà rimasto”. I cittadini che dipendono da servizi finanziari, trasferimenti internazionali, traffici commerciali via e-mail e piattaforme online segnalano perdite immediate, contratti non più accessibili, comunicazioni interrotte con l’estero.
Dal lato politico la misura appare come un salto verso la “censura totale”: nel recente passato i Talebani avevano già limitato social media, applicazioni e contenuti considerati “immorali”, ma la decisione odierna spegne l’infrastruttura stessa, porta un passo più avanti la strategia del controllo. Osservatori internazionali rilevano che il blocco non è solo repressivo ma strategico: impedire il flusso informativo, eliminare la piattaforma critica interna, isolare i cittadini. Una società privata dell’accesso alla rete diventa più governabile, meno suscettibile alla mobilitazione digitale.
Tecnicamente, il blocco colpisce la fibra ottica e le connessioni WiFi tradizionali, mentre il servizio dati mobile resta attivo in molte zone, seppure con prestazioni limitate e con costi altissimi. In molte province la rete mobile è divenuta l’unico canale residuo di accesso, ma con latenza elevata, tariffe proibitive e copertura insufficiente. In pratica, le popolazioni sono costrette a scegliere tra restare isolate o pagare prezzi che superano le loro capacità economiche, un filtro sociale e tecnologico che discrimina profondamente i settori più vulnerabili.
L’esperienza iraniana e di altri regimi autoritari insegna che il blocco totale di internet richiede investimenti tecnologici, sistemi sofisticati di filtraggio e infrastrutture alternative per il controllo. L’Afghanistan non possiede ancora un sistema analogo al firewall cinese o al regime di censura iraniano, e la sostenibilità di una disconnessione permanente appare assai problematica. Le cortocircuitazioni, le reti alternative, le VPN e le connessioni satellitari offrono canali parziali di resistenza che potrebbero attenuare l’effetto ma non ribaltare il blocco.
Sul piano dei diritti umani, la misura solleva critiche sostanziali. La libertà di espressione, il diritto all’istruzione, l’accesso all’informazione sono compromessi in modo drammatico. Le ONG attive in Afghanistan segnalano che isolare interi distretti è una forma di repressione che colpisce soprattutto chi non può spostarsi fisicamente e dipende dall’infrastruttura digitale per sopravvivere. Le condizioni peggiorano ulteriormente in un contesto di povertà estrema, instabilità ambientale ed emergenze sanitarie.
Il governo talebano, da parte sua, difende la decisione come atto moralizzatore: internet, secondo dichiarazioni ufficiali, porta “corruzione” al tessuto sociale, diffonde immagini e comportamenti contrari al loro modello religioso, indebolisce i valori islamici e favorisce la contaminazione culturale dall’esterno. Queste argomentazioni sono state espresse dai portavoce governativi come necessità preventiva contro fenomeni percepiti come destabilizzanti, come l’erosione morale e l’immodestia digitale.
Tuttavia, i costi della misura rischiano di superare i benefici propagandistici. L’economia digitale — banche, imprese e-commerce, servizi internazionali — subirà un contraccolpo pesante che potrebbe aggravare l’isolamento economico e la povertà. I rapporti con i donatori internazionali e le agenzie di cooperazione saranno messi ulteriormente a dura prova: blocchi informatici comprometteranno la comunicazione, la distribuzione dell’aiuto, la trasparenza e il coordinamento delle ong. Il regime talebano rischia di autoemarginarsi, rendendo più difficile il dialogo diplomático con l’estero.
Se il blocco dovesse essere esteso a livello nazionale, l’Afghanistan diventerebbe uno dei paesi più isolati digitalmente nel mondo contemporaneo. Le connessioni strappate alla società, i cittadini disconnessi e una generazione privata del suo spazio di crescita — tutto questo compone un quadro che potrebbe segnare una cesura storica: l’Afghanistan non come Paese in ricostruzione, ma come enclave digitale sigillata. In questo scenario l’accesso a Internet smetterebbe di essere un servizio e diventerebbe battaglia: battaglia della libertà, della resistenza digitale e della sopravvivenza della società al buio informativo.

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