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A Lagarde 140mila euro nel 2025 dalla Bri, polemica sul divieto: lo staff Bce replica “per lei codice diverso”

Un compenso di 140mila euro previsto per il 2025 da parte della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) destinato a Christine Lagarde riaccende il dibattito sui profili etici e sulle regole interne della Banca centrale europea. La notizia ha alimentato interrogativi sull’eventuale incompatibilità con il divieto per lo staff Bce di percepire remunerazioni esterne, ma dall’istituto di Francoforte è arrivata una precisazione: per la presidente si applicherebbe un codice differente, distinto da quello previsto per i dipendenti ordinari.


La Bri, con sede a Basilea, svolge un ruolo centrale nel coordinamento tra banche centrali e autorità monetarie a livello globale. La partecipazione dei vertici delle principali istituzioni monetarie ai suoi organi e alle sue attività è prassi consolidata, in un contesto di cooperazione internazionale su temi come stabilità finanziaria, vigilanza bancaria e politiche monetarie. Il compenso indicato per il 2025 si inserirebbe in questo quadro istituzionale, ma la sua entità ha sollevato perplessità sull’opportunità e sulla coerenza rispetto alle norme interne della Bce.


Il nodo riguarda la distinzione tra il regime applicabile allo staff e quello riservato ai membri del Comitato esecutivo e alla presidente. Le regole etiche della Bce prevedono limiti stringenti per il personale in materia di incarichi esterni e compensi aggiuntivi, al fine di garantire indipendenza e assenza di conflitti di interesse. Tuttavia, secondo la replica fornita dall’istituzione, la posizione della presidente sarebbe disciplinata da un quadro normativo specifico che tiene conto della natura istituzionale delle funzioni svolte in ambito internazionale.


La questione si colloca in un contesto di attenzione crescente verso la trasparenza e l’integrità delle istituzioni europee, soprattutto in ambito finanziario. La Bce esercita un ruolo cruciale nella definizione della politica monetaria dell’Eurozona, con decisioni che incidono su inflazione, tassi di interesse e stabilità dei mercati. Ogni aspetto relativo alla posizione del suo vertice viene quindi esaminato con particolare scrupolo, anche alla luce della necessità di preservare la fiducia dei cittadini e degli operatori economici.


Dal punto di vista formale, la partecipazione della presidente della Bce alle attività della Bri è parte integrante del coordinamento tra banche centrali, elemento considerato essenziale per affrontare sfide globali come crisi finanziarie, shock macroeconomici e turbolenze sui mercati. La questione del compenso riguarda dunque la modalità di riconoscimento economico di tali funzioni, più che la legittimità della partecipazione stessa. Resta il tema della percezione pubblica, in un periodo in cui le decisioni monetarie hanno un impatto diretto su mutui, risparmi e costo del credito.


Lo staff della Bce ha sottolineato che non vi sarebbe alcuna violazione delle norme interne, poiché il regime applicabile alla presidente differisce da quello del personale. La distinzione normativa, tuttavia, non ha impedito l’emergere di un dibattito sul piano politico e mediatico, alimentato dall’entità del compenso e dal contesto di attenzione alle spese e ai privilegi delle istituzioni. L’equilibrio tra autonomia delle autorità monetarie e accountability pubblica resta uno dei temi centrali nel funzionamento dell’Unione economica e monetaria.


La vicenda mette in luce la complessità dei rapporti tra istituzioni finanziarie internazionali e le regole interne di governance, in un sistema che richiede cooperazione costante ma anche rigore etico. La gestione della comunicazione e la chiarezza delle norme rappresentano elementi decisivi per evitare che questioni formali si trasformino in controversie reputazionali, in un momento in cui la credibilità delle istituzioni monetarie costituisce un fattore determinante per la stabilità dell’intero sistema economico europeo.

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