Unicredit contro il governo: giudicato illegittimo l’uso del Golden Power sul caso Opa russa, allarme per il clima ostile verso le banche
- piscitellidaniel
- 14 lug
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Unicredit rompe il silenzio e lancia un attacco frontale al governo italiano, definendo "illegittimo" l’uso dello strumento del Golden Power esercitato nei suoi confronti. Al centro dello scontro vi è la vicenda che ha coinvolto la banca milanese in una richiesta di autorizzazione relativa alla cessione di servizi in ambito tecnologico a una controparte estera, da cui è scaturita un’opposizione formale da parte dell’esecutivo con la motivazione della tutela degli interessi strategici nazionali. Secondo l’amministratore delegato Andrea Orcel, l’intervento governativo è stato “ingiustificato, non proporzionato e basato su presupposti infondati”, tanto da innescare una riflessione più ampia sull’uso dello strumento e sul rapporto tra potere pubblico e autonomia delle imprese.
La controversia, pur partendo da un caso tecnico legato alla compliance normativa nel trattamento dei dati e nella gestione di software strategici, si è rapidamente trasformata in una questione di principio e di visione industriale. La banca, in un documento riservato poi filtrato ai media, sostiene che l’esercizio del Golden Power avrebbe leso la certezza del diritto, minando la prevedibilità delle regole applicate alle attività cross-border delle aziende italiane. Il clima che si è venuto a creare, secondo Unicredit, disincentiverebbe l’internazionalizzazione e rischierebbe di danneggiare la competitività dell’intero sistema bancario.
Il caso oggetto dell’intervento e le accuse della banca
La vicenda risale a un’operazione di fornitura di servizi informatici tra Unicredit e una società estera, che secondo il governo avrebbe potuto comportare rischi per la sicurezza nazionale, in quanto relativa a infrastrutture tecnologiche ritenute strategiche per il funzionamento del sistema bancario italiano. Il Comitato per il Golden Power, istituito presso la Presidenza del Consiglio, ha deliberato l’opposizione alla transazione, sulla base del presupposto che la società estera fosse legata, direttamente o indirettamente, a interessi di natura extraeuropea ritenuti “non allineati” con la sicurezza dell’Italia.
La decisione ha colto di sorpresa Unicredit, che riteneva l’operazione conforme ai vincoli normativi, in linea con gli standard europei e del tutto ordinaria dal punto di vista industriale. L’amministratore delegato Orcel ha definito l’intervento “arbitrario” e lesivo del principio di neutralità concorrenziale, evocando il rischio che le banche italiane diventino bersaglio di “campagne aggressive o strumentalizzazioni politiche” in assenza di parametri chiari. L’intera procedura è stata oggetto di una nota tecnica che l’istituto ha trasmesso a Palazzo Chigi, in cui si paventa anche un possibile contenzioso davanti ai tribunali amministrativi.
La posizione del governo e le implicazioni geopolitiche
Dalla Presidenza del Consiglio non è arrivata finora una replica ufficiale. Fonti vicine all’esecutivo hanno tuttavia fatto trapelare che la decisione è stata presa “nell’ambito delle prerogative stabilite dalla legge”, a tutela degli interessi strategici del Paese. Lo strumento del Golden Power, rafforzato negli ultimi anni anche su impulso dell’Unione Europea, consente al governo di porre limiti o condizioni a operazioni che riguardano settori sensibili come energia, telecomunicazioni, difesa, spazio, semiconduttori, ma anche finanza e dati critici.
La crescente attenzione ai profili di sicurezza è motivata dal contesto geopolitico internazionale, in particolare dalla rivalità tra blocchi tecnologici e dal timore di penetrazioni informatiche attraverso canali indiretti. L’operazione oggetto di veto riguardava servizi forniti da una società con presunti legami con ambienti russi, un elemento che avrebbe sollecitato l’intervento del Comitato anche in coerenza con la postura assunta dall’Italia in ambito NATO e G7.
Tuttavia, secondo Unicredit, tale ricostruzione non è fondata. L’istituto sostiene che non vi siano elementi oggettivi che colleghino la società partner con interessi ostili, e che l’operazione si inscriveva in una normale ottimizzazione di costi e competenze nel quadro di un’architettura multilivello di sicurezza dei dati. L’allarme lanciato dalla banca si allarga così alla preoccupazione per un possibile “uso politico” del Golden Power, che secondo alcuni analisti potrebbe scoraggiare gli investimenti stranieri e spingere le grandi aziende a ridurre l’esposizione in Italia.
Le reazioni del mondo bancario e industriale
L’intervento di Unicredit ha prodotto un effetto domino anche all’interno del sistema finanziario. Alcuni esponenti del settore bancario, pur senza esporsi pubblicamente, hanno manifestato preoccupazione per l’episodio, ritenendolo un precedente pericoloso. Secondo fonti interne a ABI, l’Associazione Bancaria Italiana, il rischio è che il potere di veto del governo venga percepito come imprevedibile o arbitrario, specialmente in operazioni non strutturalmente strategiche ma semplicemente sensibili sul piano tecnologico.
Anche alcuni rappresentanti del mondo industriale hanno espresso riserve. Il presidente di Confindustria Digitale, Cesare Avenia, ha sottolineato l’esigenza di maggiore chiarezza nei criteri di applicazione del Golden Power, in particolare quando si tratta di servizi digitali che ricadono in una zona grigia tra IT, infrastrutture e sicurezza. Il timore è che un’applicazione troppo estensiva dello strumento possa bloccare operazioni lecite, alimentando incertezza normativa.
Il dibattito ha raggiunto anche i banchi parlamentari. Esponenti del Partito Democratico e di Azione hanno chiesto l’audizione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro delle Imprese Adolfo Urso in Commissione, per chiarire i contorni dell’intervento e valutare eventuali correttivi normativi. Dall’altra parte, Lega e Fratelli d’Italia difendono l’azione del governo, sostenendo che la tutela dell’interesse nazionale debba prevalere su ogni altra considerazione, anche a costo di sacrificare temporaneamente alcuni interessi aziendali.
Una frattura tra potere economico e politico
La vicenda Unicredit-Golden Power segna uno dei punti di frizione più visibili tra grande finanza e governo negli ultimi anni. L’intervento del colosso bancario è interpretato come un segnale forte di insofferenza verso quella che viene percepita come un’invasività crescente dello Stato in ambiti che dovrebbero restare disciplinati dal mercato e dalla libera concorrenza. Non si tratta solo di una contestazione giuridica, ma di una sfida politica, che solleva interrogativi sulla direzione che il Paese intende seguire in materia di attrazione degli investimenti, digitalizzazione e posizionamento internazionale.
L’attacco di Unicredit avviene in un momento in cui le banche italiane stanno vivendo un periodo di consolidamento e utili record, ma anche di crescente pressione regolatoria. Le nuove norme europee in materia di vigilanza, i margini imposti da Basilea III e le tensioni legate alla tassa sugli extraprofitti dello scorso anno hanno già alimentato un clima di sospetto tra istituzioni finanziarie e governo. Il caso Golden Power potrebbe ora innescare una riflessione più ampia sul rapporto tra autonomia delle imprese, interesse pubblico e certezza del diritto.

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