Trump sente Putin e incontra Zelensky, accordo più vicino ma restano i nodi Donbass e sicurezza
- piscitellidaniel
- 29 dic 2025
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Il doppio canale diplomatico aperto da Donald Trump, con un colloquio diretto con Vladimir Putin e un incontro con Volodymyr Zelensky, riporta al centro della scena internazionale l’ipotesi di un possibile accordo sul conflitto in Ucraina, ma mette al tempo stesso in evidenza quanto restino irrisolte le questioni più sensibili legate al Donbass e alle garanzie di sicurezza. La sequenza di contatti segnala un’intensificazione dell’attività diplomatica, accompagnata da una narrazione prudente che alterna segnali di apertura a una consapevolezza diffusa delle difficoltà ancora presenti.
Il dialogo con Putin viene letto come un tentativo di verificare i margini reali di compromesso con Mosca, in una fase nella quale il conflitto appare logorante per entrambe le parti e sempre più costoso sul piano economico e politico. Trump punta a presentarsi come interlocutore capace di riattivare un canale diretto con il Cremlino, valorizzando un approccio negoziale fondato sul pragmatismo e sulla ricerca di un equilibrio che tenga conto degli interessi strategici russi senza mettere formalmente in discussione la sovranità ucraina. Questo equilibrio, tuttavia, si scontra con la questione del Donbass, che resta uno dei punti più delicati del confronto.
L’incontro con Zelensky si colloca in una logica complementare, volta a rassicurare Kiev sulla centralità delle sue esigenze e sulla necessità di garanzie concrete in materia di sicurezza. Il presidente ucraino continua a ribadire che qualsiasi accordo dovrà prevedere meccanismi chiari e vincolanti, capaci di impedire nuove aggressioni e di garantire la stabilità del Paese nel lungo periodo. La memoria delle intese passate, rivelatesi fragili o inefficaci, pesa sulle valutazioni di Kiev e alimenta una diffidenza strutturale verso soluzioni che non affrontino in modo esplicito il nodo della deterrenza.
Il Donbass rimane il terreno sul quale si misura la distanza tra le parti. Per la Russia, l’area rappresenta un elemento strategico e simbolico, mentre per l’Ucraina è una questione di integrità territoriale e di principio. Qualsiasi ipotesi di accordo deve confrontarsi con la difficoltà di conciliare queste posizioni, che appaiono ancora lontane nonostante il linguaggio più disteso emerso negli ultimi contatti. La gestione dello status delle regioni contese, il controllo dei confini e la presenza militare sono temi che continuano a bloccare il passaggio da una tregua de facto a un’intesa strutturale.
Il tema della sicurezza è strettamente intrecciato a quello territoriale. Zelensky insiste sulla necessità di garanzie internazionali credibili, che vadano oltre dichiarazioni politiche e impegni generici. La richiesta di un sistema di sicurezza solido riflette la consapevolezza che un accordo privo di strumenti di enforcement rischierebbe di essere percepito come temporaneo e vulnerabile. Dall’altra parte, Mosca guarda con sospetto a qualsiasi meccanismo che rafforzi il legame tra Ucraina e alleanze occidentali, considerandolo una minaccia diretta ai propri interessi strategici.
Il ruolo di Trump si inserisce in questo equilibrio complesso come fattore potenzialmente destabilizzante ma anche come opportunità. La sua disponibilità a parlare con Putin e a incontrare Zelensky nello stesso arco temporale viene interpretata come un tentativo di accreditarsi come mediatore capace di muoversi al di fuori degli schemi tradizionali. Questo approccio, tuttavia, comporta il rischio di creare aspettative difficili da soddisfare, soprattutto se non accompagnato da un coinvolgimento strutturato degli altri attori internazionali.
La comunità internazionale osserva con attenzione questi sviluppi, consapevole che un accordo sul conflitto ucraino avrebbe ripercussioni profonde sull’assetto della sicurezza europea. I contatti di Trump vengono accolti con un misto di cautela e interesse, perché riaprono uno spazio negoziale che sembrava bloccato, ma al tempo stesso sollevano interrogativi sulla sostenibilità di eventuali compromessi. La questione delle garanzie di sicurezza non riguarda solo Kiev e Mosca, ma l’intero equilibrio tra Russia, Europa e Stati Uniti.
Il contesto nel quale maturano questi colloqui è segnato da una stanchezza crescente nei confronti del conflitto, sia sul piano interno ai Paesi coinvolti sia a livello internazionale. Le pressioni economiche, l’impatto sulle catene di approvvigionamento e il logoramento politico spingono verso la ricerca di una soluzione negoziale. Tuttavia, la distanza tra l’urgenza di un accordo e la complessità dei nodi da sciogliere resta significativa.
Il Donbass continua a rappresentare un ostacolo strutturale perché concentra in sé dimensioni militari, politiche e identitarie. Ogni ipotesi di compromesso rischia di essere percepita come una concessione eccessiva da una delle parti, con potenziali ricadute sulla stabilità interna. Questo rende il negoziato particolarmente fragile e soggetto a continui stop and go, anche in presenza di segnali di avvicinamento.
La sicurezza, intesa come insieme di garanzie politiche e militari, è l’altro pilastro irrinunciabile per l’Ucraina. Senza un quadro chiaro e condiviso, qualsiasi accordo rischia di essere considerato una pausa tattica piuttosto che una soluzione duratura. La difficoltà sta nel costruire un sistema che sia accettabile per Kiev senza risultare inaccettabile per Mosca, un equilibrio che richiede concessioni e un alto grado di fiducia reciproca, attualmente assente.
I contatti avviati da Trump suggeriscono che lo spazio per la diplomazia non è del tutto chiuso, ma mostrano anche quanto il percorso resti accidentato. L’idea di un accordo “sempre più vicino” convive con la realtà di nodi irrisolti che continuano a pesare come macigni sul tavolo negoziale. Ogni dichiarazione ottimistica viene accompagnata da una lista di condizioni e riserve che ne ridimensionano la portata.
La sequenza di colloqui rafforza l’impressione di una fase di transizione, nella quale le parti testano le rispettive posizioni senza compiere passi irreversibili. Trump si muove in questo spazio ambiguo, cercando di capitalizzare politicamente il ruolo di facilitatore, mentre Putin e Zelensky mantengono linee rosse ben definite. Il risultato è un processo nel quale l’accordo viene evocato come possibilità concreta, ma resta subordinato alla soluzione di questioni che toccano il cuore del conflitto.
Il dialogo sul Donbass e sulle garanzie di sicurezza rappresenta dunque il banco di prova decisivo. Finché questi nodi resteranno irrisolti, ogni avanzamento rischia di rimanere incompleto. I contatti diplomatici possono ridurre le distanze e creare un clima meno conflittuale, ma la trasformazione di questo clima in un accordo stabile richiede scelte politiche di grande portata.
La fase attuale si caratterizza per un equilibrio instabile tra speranza e cautela. L’idea di un accordo più vicino alimenta aspettative, ma la complessità delle questioni in gioco impone prudenza. Il Donbass e la sicurezza restano i due pilastri su cui si misurerà la reale possibilità di una soluzione negoziale, determinando se i contatti avviati potranno tradursi in un cambiamento sostanziale o resteranno l’ennesimo tentativo destinato a infrangersi contro le rigidità del conflitto.

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