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Trump rilancia i dazi globali: Italia e Cina tra i Paesi in cerca di dialogo con Washington

L’inasprimento dei dazi deciso da Donald Trump nel primo trimestre del 2025 ha riacceso le tensioni commerciali a livello globale. A due mesi dall’entrata in vigore dei nuovi provvedimenti protezionistici, le conseguenze iniziano a essere misurabili non solo sui mercati, ma anche nei rapporti diplomatici. Tutti i Paesi colpiti, dalla Cina all’Italia, stanno cercando di aprire un dialogo diretto con Washington per limitare i danni economici e politici derivanti dalle nuove barriere tariffarie.


Nel dettaglio, il provvedimento firmato dal presidente il 1° febbraio 2025 prevede dazi compresi tra il 10% e il 50% su una vasta gamma di beni importati da 180 nazioni. L’Italia si è vista applicare una tariffa fissa del 20% sulle proprie esportazioni, stessa percentuale prevista per Francia e Germania. Il Giappone è stato colpito da una tassa del 24%, mentre la Cina, già oggetto di una precedente ondata di dazi, ha subito un ulteriore incremento fino al 34%. La Russia è, per motivi geopolitici legati alla nuova diplomazia bilaterale con Washington, uno dei pochi Paesi esenti dalle misure. L’unico partner occidentale a ricevere una tariffa agevolata è il Regno Unito, fermo al 10%.


I dazi colpiscono settori chiave per l’export europeo: macchinari industriali, veicoli, prodotti chimici, vino, alimentari, ceramica e design. Secondo le stime di Confindustria, solo per l’Italia l’impatto potrebbe valere oltre 4 miliardi di euro annui in termini di minori vendite verso gli Stati Uniti. La nuova stretta ha già provocato reazioni ufficiali da parte della Commissione Europea, che ha definito le misure “arbitrarie e contrarie agli accordi WTO”, e richiesto l’apertura urgente di un tavolo tecnico multilaterale.


La Cina, come già accaduto nei cicli tariffari del primo mandato Trump, ha risposto con l’imposizione di nuovi dazi su oltre 40 categorie di prodotti americani, inclusi cereali, carne, tecnologie e componentistica elettronica. Pechino, pur dichiarando di voler mantenere aperto il canale diplomatico, ha minacciato ulteriori misure in caso di mancata revisione da parte americana. Anche Tokyo ha annunciato di voler sollevare la questione all’interno del G7 di maggio, mentre Brasilia e Nuova Delhi hanno avviato una concertazione sud-sud per contenere l’impatto sul commercio agricolo.


L’Italia, tramite il Ministero degli Esteri, ha formalmente richiesto un incontro bilaterale a Washington, con l’obiettivo di concordare un’esenzione settoriale almeno per alcuni beni a forte valore aggiunto. Le associazioni di categoria, in particolare Federalimentare, Anima e Federmeccanica, stanno sollecitando il Governo a intervenire anche a livello UE per ottenere un’esclusione temporanea o un meccanismo di compensazione. Il presidente dell’ICE ha annunciato la sospensione di alcune missioni economiche previste per l’estate e una rimodulazione dei fondi per la promozione all’estero.


Sui mercati, la reazione è stata immediata. Gli indici europei hanno registrato forti correzioni nei comparti export-oriented, mentre il dollaro ha guadagnato terreno in un contesto di flight to quality. Le multinazionali americane più esposte all’estero – in primis quelle del tech e del settore automotive – hanno segnalato il rischio di contromisure da parte di Europa e Asia. Gli analisti di Morgan Stanley e UBS hanno avvertito che se il contesto di tensione si prolunga oltre l’estate, il commercio globale potrebbe subire una contrazione dello 0,8% annuo, con impatti diretti sul PIL di Germania, Italia e Giappone.


Al momento, nonostante l’ondata di pressioni, Trump appare intenzionato a mantenere la linea dura, ribadendo via Truth Social che “gli altri Paesi vogliono solo continuare a sfruttare l’America, ma ora pagheranno il prezzo”. Un messaggio chiaro, rivolto tanto all’elettorato interno quanto agli interlocutori internazionali. Ma le diplomazie non si fermano. Da Roma a Berlino, da Tokyo a Pechino, tutti cercano una via per disinnescare una nuova guerra commerciale.

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