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Smart working, il M5S propone fondo da 100 milioni, credito d’imposta e indice di sostenibilità: l’Italia al bivio fra agilità e tutela

Il Movimento 5 Stelle, con la deputata Valentina Barzotti in testa, ha presentato una proposta di legge che mira a trasformare lo smart working da eccezione emergenziale a diritto strutturale, inserendo nello stesso disegno di legge numerose componenti di sostenibilità ambientale, diritti dei lavoratori, incentivi fiscali e strumenti di misurazione chiari. L’iniziativa politica si colloca nel quadro attuale di transizione digitale accelerata, mutamenti del mondo del lavoro post-pandemia e sfide ambientali che richiedono nuovi modelli organizzativi più resilienti, equi e sostenibili.


La proposta di legge, numerata come pdl 388, prevede otto articoli che ridefiniscono il lavoro agile. Uno dei punti centrali è la dichiarazione esplicita che lo smart working diventi un diritto ogni volta che le mansioni lo permettano, superando la logica dell’eccezionalità legata a situazioni speciali come emergenze sanitarie. Ciò vuol dire che il lavoratore ha titolo a chiedere la modalità remota se compatibile con le sue funzioni, e l’azienda deve rispondere secondo procedure chiare, preferibilmente attraverso la contrattazione collettiva. Si riconosce inoltre il diritto alla disconnessione: gli strumenti digitali non possono trasformarsi in catene invisibili che prolunghino l’orario di lavoro al di fuori dei confini concordati.


Accanto alla dimensione dei diritti dei lavoratori, la pdl istituisce un Fondo nazionale per lo smart working dotato di 100 milioni di euro. Questo strumento finanziario ha lo scopo di sostenere le imprese e le pubbliche amministrazioni nell’adeguamento tecnologico e infrastrutturale, nell’adozione di politiche organizzative sostenibili, nella formazione digitale e nella gestione del lavoro da remoto con criteri che valorizzino l’efficienza, il benessere e la tutela ambientale. Il fondo servirà anche a favorire soluzioni collettive, come spazi di coworking ricavati da immobili pubblici dismessi, e convenzioni con trasporti locali per tariffe agevolate per chi lavora agilmente.


Elemento innovativo della proposta è l’Indice SMART: un parametro di misurazione dell’efficienza energetica e della sostenibilità sociale legata allo smart working. Ideato per valutare consumi domestici, riduzione degli spostamenti, impatto ambientale degli edifici utilizzati, rapporti tra comfort del lavoratore e risparmio energetico, questo indice dovrebbe diventare benchmark pubblico per misurare la qualità reale del lavoro da remoto e premiare le imprese che lo utilizzano in modo virtuoso. Il criterio dell’efficienza energetica sarà centrale per ottenere incentivi fiscali: le aziende che dimostrano tramite l’Indice SMART di aver migliorato l’efficienza possono accedere a crediti d’imposta che alleggeriscano gli oneri dell’adattamento e dell’innovazione.


Sul fronte della normativa esistente, la legge 81 del 2017 — che già disciplina il lavoro agile — è chiamata a un aggiornamento. Barzotti e i firmatari rilevano che dopo la fase emergenziale del Covid la disciplina non è più adeguata alle nuove esigenze, specialmente alla luce delle trasformazioni digitali legate all’intelligenza artificiale, della domanda crescente di flessibilità da parte dei lavoratori, dell’importanza del benessere psicofisico e della tutela della salute mentale. È prevista una maggiore partecipazione dei rappresentanti sindacali nella definizione degli accordi, la trasparenza sui criteri di controllo da parte del datore di lavoro dell’attività svolta in remoto, e l’equiparazione del lavoratore agile a quello in presenza sotto vari profili, incluso quello dei buoni pasto e delle altre prestazioni accessorie.


Le imprese e le amministrazioni pubbliche sono chiamate a una duplice sfida: da un lato implementare tecnologie, reti, infrastrutture sicure e conformi, dall’altro costruire modelli organizzativi che gestiscano la flessibilità senza sacrificare la governance interna, la sicurezza dei dati, la tutela della privacy, l’equità tra lavoratori. Per molte imprese, il costo iniziale dell’adeguamento può essere elevato: occorrono investimenti per dispositivi digitali, connettività affidabile, formazione; per la pubblica amministrazione può essere necessario riorganizzare le modalità di lavoro, gli uffici e predisporre spazi alternativi remoti e di coworking.


Ambiente e sostenibilità sono tirate in campo come fattori non secondari. Ridurre gli spostamenti casa-lavoro implica meno traffico, emissioni e inquinamento; l’efficienza energetica negli edifici utilizzati per il lavoro da remoto può far risparmiare risorse, se i consumi domestici, di riscaldamento, climatizzazione, illuminazione sono ben misurati; e il benessere psicofisico dei lavoratori può tradursi in migliore produttività, minori costi per malattia, maggiore fidelizzazione. Insomma, smart working non più solo questione di flessibilità ma leva ambientale, sociale, economica.


Sul piano politico la risposta del governo, della maggioranza e delle opposizioni sarà cruciale. Sono attesi confronti parlamentari su clausole di legge che definiscono quando il diritto vada riconosciuto, quali criteri oggettivi per l’Indice SMART, come rendere effettiva la disconnessione, quali sanzioni o incentivi per le imprese che non rispettano la norma. Altri temi sensibili saranno il ruolo delle contrattazioni collettive, la regolamentazione del controllo a distanza, la valutazione dei carichi di lavoro, dell’orario effettivo e dell’impatto dei costi domestici associati allo smart working.


Il rischio è che, senza criteri chiari, lo smart working resti privilegio per certe categorie, imprese grandi e ben dotate, lavoratori senza vincoli di luogo; che le disuguaglianze territoriali – per connessione, qualità dell’abitazione, efficienza energetica delle case – si traducano in disuguaglianze reali tra lavoratori; che lo Stato debba intervenire con finanziamenti costosi per compensare chi è svantaggiato. Ma ci sono anche opportunità: creare un modello di lavoro che accresca la competitività, promuova decarbonizzazione, attragga talenti, migliori qualità della vita, riduca costi sociali legati a viaggi, stress, salute.


Una delle partite più delicate sarà quella dell’equilibrio fra incentivi e doveri: come assicurare che imprese e pubblici enti usino lo smart working con serietà, che misurino ciò che promettono, che non sfruttino la flessibilità per comprimere diritti o orari, o per evitare responsabilità. L’introduzione del credito d’imposta rappresenta misura concreta per premiare chi investe, ma va calibrata per non diventare strumento di favoritismi o elusione fiscale.

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