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Sette regioni al voto nei prossimi due mesi, la sfida che ridisegna gli equilibri politici

Il calendario elettorale d’autunno porterà alle urne sette regioni italiane tra settembre e novembre, con un appuntamento che va ben oltre la dimensione locale e che diventa inevitabilmente un banco di prova per i principali partiti nazionali. Valle d’Aosta, Marche, Calabria, Toscana, Campania, Puglia e Veneto rinnoveranno i propri consigli e i propri presidenti, in un arco temporale che non prevede un election day unico ma una sequenza distribuita nell’arco di due mesi, rendendo di fatto questo autunno una lunga campagna politica a tappe. Le prime a votare saranno Marche e Valle d’Aosta, il 28 e 29 settembre, seguite dalla Calabria il 5 e 6 ottobre e dalla Toscana il 12 e 13 ottobre. Campania, Puglia e Veneto chiuderanno la tornata il 23 e 24 novembre, all’interno del termine massimo previsto per il rinnovo delle assemblee regionali.


Ogni regione ha un peso specifico nel disegnare la mappa politica nazionale. Le Marche sono considerate uno dei terreni più incerti e competitivi, dove il presidente uscente Francesco Acquaroli cerca la riconferma sostenuto dal centrodestra e Matteo Ricci guida la sfida del centrosinistra. In Calabria, il voto anticipato si è reso necessario dopo le dimissioni di Roberto Occhiuto e qui il centrodestra punta ancora su di lui per la continuità, mentre il centrosinistra si affida a Pasquale Tridico. La Toscana resta un laboratorio storico, dove Eugenio Giani rappresenta la candidatura del centrosinistra e Alessandro Tomasi quella del centrodestra, in un contesto che da decenni vede la regione governata da giunte progressiste. La Campania invece apre una partita del tutto nuova: Vincenzo De Luca non può ricandidarsi a causa del limite dei due mandati, e il centrosinistra si affida a Roberto Fico mentre il centrodestra lavora a una candidatura competitiva per tentare di conquistare un territorio che negli ultimi anni è rimasto saldo sotto la guida di De Luca.


In Puglia l’attenzione è puntata su Antonio Decaro, sindaco di Bari, che rappresenta una delle figure più popolari del centrosinistra nel Mezzogiorno, mentre il centrodestra non ha ancora definito una candidatura unitaria ma punta a strappare una regione governata da vent’anni dallo stesso schieramento. In Veneto il ritiro di Luca Zaia per limite di mandato apre uno scenario inedito: il centrodestra deve scegliere un successore in grado di reggere il confronto con un candidato del centrosinistra come Giovanni Manildo, mentre l’assenza del presidente uscente rischia di rendere il voto meno scontato rispetto alle precedenti tornate. Infine, la Valle d’Aosta conferma il proprio sistema autonomo: gli elettori eleggeranno solo i consiglieri e sarà poi il nuovo Consiglio a scegliere il presidente, mantenendo una tradizione di assetto politico distinto rispetto al resto del Paese.


Le modalità di voto restano quelle previste dalle leggi elettorali regionali: scheda unica per presidente e consiglio, possibilità di esprimere una o due preferenze con vincolo di genere e, in alcuni casi, l’assenza del voto disgiunto. Gli orari si uniformano al modello nazionale, con seggi aperti la domenica dalle 7 alle 23 e il lunedì dalle 7 alle 15. Per la Valle d’Aosta le regole sono diverse, con il meccanismo del Consiglio che elegge successivamente il presidente. In Campania lo sbarramento è stato abbassato al 2,5 per cento, mentre in altre regioni resta al 3 o al 5 per cento, creando differenze sostanziali negli effetti del voto.


Sul piano politico la tornata elettorale ha un peso che va oltre i confini regionali. Per Giorgia Meloni e il centrodestra rappresenta la possibilità di consolidare il radicamento e confermare che il consenso al governo centrale si traduce anche in vittorie territoriali. La riconferma di Acquaroli nelle Marche e la tenuta in Calabria diventano simboli da rivendicare, mentre Veneto e Campania sono i terreni che potrebbero determinare se il centrodestra è capace di aprire spazi anche laddove il centrosinistra è stato tradizionalmente forte. Per Elly Schlein, invece, la sfida è dimostrare che il Partito Democratico e il cosiddetto campo largo sono in grado di contrastare il centrodestra non solo in roccaforti storiche come Toscana e Puglia, ma anche in regioni contendibili come le Marche, trasformando il voto in un segnale nazionale di rilancio dell’opposizione.


La lunga sequenza di date impedirà la concentrazione della campagna elettorale in un unico momento, ma renderà evidente una progressione di risultati che verranno letti come un termometro continuo dell’orientamento degli elettori. Ogni appuntamento sarà raccontato non solo come fatto locale, ma come tappa di un percorso che misurerà la forza dei partiti, la capacità di mobilitazione delle leadership e la risposta del Paese ai temi di maggiore attualità: lavoro, sanità, infrastrutture, ambiente, costo della vita e salario minimo. Settembre, ottobre e novembre diventeranno così mesi decisivi per definire la traiettoria della politica italiana nel 2026.

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