Sessanta petroliere russe al mese garantiscono miliardi a Putin e minacciano le coste italiane: ma non vogliamo fermarle
- piscitellidaniel
- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Il flusso quotidiano di petrolio russo che attraversa i mari europei, stimato in circa sessanta petroliere al mese, sta assumendo un ruolo decisivo non solo per l’economia della Federazione Russa, ma anche per la vulnerabilità ambientale e strategica delle coste italiane, che si trovano lungo le rotte principali del Trans-Mar Nero Mediterraneo. Ogni anno queste navi trasportano volumi ingenti di greggio, contribuendo in modo diretto ai bilanci del Cremlino e alimentando la macchina militare e politica della Russia, mentre l’Italia, pur esposta ad alto rischio ambientale e di sicurezza, mostra riluttanza a bloccare tali forniture. Le ripercussioni sono multiple: da un lato il sostegno finanziario all’economia bellica russa, dall’altro un tema sempre più pressante di difesa del territorio nazionale e della coerenza delle politiche energetiche in piena guerra in Ucraina.
Le fonti internazionali e gli organismi di monitoraggio confermano che la cosiddetta “shadow fleet”, ossia la flotta ombra russa usata per aggirare le sanzioni e trasportare idrocarburi a prezzi ribassati o nascosti, ha visto un intensificarsi dei viaggi verso l’Europa mediterranea e oltre. In questo contesto, l’Italia emerge come snodo fondamentale, sia per la sua posizione geografica sia per la presenza di terminali e infrastrutture energetiche vulnerabili. Le coste italiane, in particolare quelle adriatiche e del Sud, sono attraversate da rotte che da tempo suscitano allarme per la possibile contaminazione ambientale, l’aumento del traffico marittimo pesante e la mancanza di controlli rafforzati sulle navi che operano sotto bandiere di convenienza o con documentazioni poco chiare.
Sul piano economico, il bilancio per la Russia è impressionante: tramite queste rotte, la Federazione riesce a incassare decine di miliardi di dollari ogni anno, nonostante le sanzioni occidentali che mirano a ridurre le entrate derivanti dagli idrocarburi. Le navi coinvolte sono spesso gestite da società con sede in Paesi terzi, dotate di assicurazioni difficilmente tracciabili e capaci di sfruttare lacune regolamentari internazionali. Questo sistema consente di aggirare in parte il tetto al prezzo del petrolio imposto dal G7 e dalla Ue, mantenendo uno scambio economico che alimenta non solo le finanze russe, ma anche le strutture operative che la Russia utilizza per prolungare il conflitto.
Malgrado questi elementi, l’Italia non ha intrapreso una linea di interdizione totale verso queste rotte o verso tali forniture. Le ragioni sono complesse: innanzitutto la dipendenza energetica e la necessità di salvaguardare l’approvvigionamento nazionale in un momento di domanda articolata e turbolenze geopolitiche. In secondo luogo, l’esistenza di infrastrutture già operative e di contratti in essere rende difficile un cambio rapido di paradigma senza conseguenze strutturali. In terzo luogo, la gestione politica delle sanzioni e delle misure restrittive richiede convergenza europea, coordinamento internazionale e sforzi logistici che vanno oltre la volontà unilaterale di un singolo Paese.
Tuttavia, la situazione pone l’Italia di fronte a una scelta di fondo: accettare che una parte significativa del beneficio derivante dai suoi terminali e dalla sua posizione geografica contribuisca indirettamente – attraverso il finanziamento russo – a un conflitto in corso, oppure assumere una posizione più attiva contro le rotte e le navi che alimentano quel flusso. La natura del traffico, spesso poco trasparente e caratterizzato da operazioni di carico prima in rubli e poi in altre valute, unita al rischio ambientale delle navi datate che attraversano zone sensibili, amplifica l’urgenza del tema.
Sul piano ambientale, le coste italiane rischiano un’esposizione crescente. Il transito frequente di petroliere massive aumenta la probabilità di incidenti, fuoriuscite, contaminazioni e danni a ecosistemi già fragili. La presenza della cosiddetta flotta ombra comporta inoltre carenze nei controlli e nei sistemi assicurativi, poiché molte navi risultano non conformi alle normative internazionali o operano sotto bandiere di comodo, rendendo più difficile la responsabilizzazione in caso di incidente. Tutto ciò avviene in un momento in cui il Mediterraneo è già soggetto a pressioni climatiche, aumenti del livello del mare, instabilità costiera e questioni di tutela dell’ambiente marino.
In aggiunta, vi è una dimensione geopolitica che lega direttamente queste rotte al conflitto ucraino e alla posizione italiana in seno all’Unione Europea e alla NATO. L’Italia assume un ruolo strategico perché la sua rete di terminali, raffinerie e depositi la rende potenzialmente protagonista della gestione energetica europea. Se un cambio di paradigma fosse attuato — ad esempio limitando o monitorando più severamente le navi che trasportano petrolio russo — avrebbe effetti non solo a livello nazionale, ma anche come segnale politico forte nel contesto delle alleanze occidentali. Il mancato coordinamento, al contrario, si presta a critiche secondo cui l’Italia potrebbe, pur non essendo direttamente responsabile delle decisioni russe, beneficiare indirettamente di un sistema che supporta il bilancio della Russia.
La questione del perché non si vogliano fermare tali importazioni o rotte trasporta con sé elementi economici, politici e tecnici concatenati. Occorre considerare l’impatto sui costi dell’energia e della raffinazione, la presenza di contratti consolidati con fornitori, la struttura della logistica navale e la complessità nella sorveglianza marittima internazionale. Anche modificare un solo snodo logistico può comportare spostamenti considerevoli dei flussi globali, costi aggiuntivi per le imprese italiane e per il Paese intero e potenziali ripercussioni sui prezzi della raffinazione e dell’energia.

Commenti