Separazione delle carriere, si va verso il referendum: ecco come funzionerà e quali scenari apre la riforma della giustizia
- piscitellidaniel
- 19 set
- Tempo di lettura: 3 min
Il tema della separazione delle carriere tra magistratura requirente e magistratura giudicante è tornato al centro del dibattito politico e istituzionale, con l’avvio dell’iter che porterà a un referendum popolare. La questione, discussa da decenni e già oggetto di confronti accesi tra le diverse forze politiche, entra ora in una fase decisiva, destinata a coinvolgere direttamente i cittadini. Il voto referendario si prefigura come un momento di svolta per il sistema giudiziario italiano, con possibili conseguenze profonde sugli equilibri tra poteri dello Stato e sul funzionamento della giustizia.
La proposta di separazione delle carriere mira a distinguere in maniera netta il percorso dei magistrati che esercitano la funzione requirente, ovvero i pubblici ministeri, da quello dei magistrati giudicanti, cioè i giudici. Oggi, infatti, i due percorsi sono accomunati dall’appartenenza a un’unica magistratura, con la possibilità di passaggi da una funzione all’altra nel corso della carriera. Questa caratteristica, che ha rappresentato per decenni un tratto distintivo dell’ordinamento italiano, è stata spesso criticata da chi vi intravede un potenziale conflitto di interessi e una limitazione della reale terzietà del giudice.
La riforma proposta intende creare due Consigli Superiori distinti: uno per i magistrati requirenti e uno per quelli giudicanti. In questo modo, si andrebbe a modificare profondamente la struttura del Consiglio Superiore della Magistratura, che oggi governa unitariamente l’ordinamento. L’obiettivo dichiarato è garantire una più chiara separazione delle funzioni, rafforzando la percezione di indipendenza e di imparzialità del giudice rispetto al pubblico ministero, parte processuale a tutti gli effetti.
L’iter referendario prevede una serie di passaggi fondamentali. Dopo l’approvazione del disegno di legge costituzionale da parte del Parlamento in doppia lettura, ma senza il raggiungimento della maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere, sarà necessario il voto popolare. Il referendum confermativo, a differenza di quello abrogativo, non richiede il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto: sarà sufficiente la maggioranza dei voti validamente espressi per determinare l’esito. Questo significa che i cittadini avranno l’ultima parola su un tema di straordinaria rilevanza costituzionale.
Le implicazioni politiche e istituzionali sono molteplici. Da un lato, i sostenitori della riforma ritengono che la separazione delle carriere sia un passo necessario per garantire una giustizia più equa e trasparente, rafforzando la distinzione dei ruoli e riducendo il rischio di commistioni. Dall’altro, i critici avvertono che una divisione rigida potrebbe indebolire l’autonomia complessiva della magistratura, aumentando l’influenza della politica sui pubblici ministeri e frammentando l’assetto complessivo del sistema giudiziario.
Il tema tocca corde profonde del dibattito sulla giustizia in Italia. Già in passato, iniziative analoghe hanno sollevato discussioni accese, senza però tradursi in una riforma strutturale. Questa volta, l’approdo al referendum segna un salto di qualità, poiché pone direttamente i cittadini di fronte alla possibilità di modificare la Costituzione. Non si tratta quindi di un semplice aggiustamento normativo, ma di una scelta che ridefinirebbe gli equilibri tra poteri e il funzionamento quotidiano delle aule di tribunale.
L’interesse dell’opinione pubblica è già alto, alimentato anche dal ruolo che la giustizia ha assunto negli ultimi anni nel dibattito politico. Le vicende legate alle inchieste giudiziarie, i rapporti spesso complessi tra politica e magistratura e la lentezza dei processi hanno contribuito a rendere il tema centrale nell’agenda istituzionale. Il referendum rappresenta dunque un’occasione per affrontare in maniera diretta una delle questioni più delicate della democrazia italiana.
Un aspetto cruciale riguarda le tempistiche. Il voto potrebbe tenersi nella primavera del 2026, a ridosso delle elezioni amministrative ed europee, favorendo una partecipazione ampia. Tuttavia, resta da capire come il tema sarà affrontato nel dibattito politico e quale sarà il livello di informazione garantito ai cittadini. Trattandosi di una materia complessa e tecnica, la capacità di tradurre i contenuti della riforma in termini comprensibili sarà determinante per il successo del referendum e per la consapevolezza del voto.
Le associazioni della magistratura si preparano a giocare un ruolo centrale nella campagna referendaria. Le correnti della magistratura italiana, da sempre divise sul tema, hanno già manifestato posizioni contrastanti: alcune favorevoli alla riforma per rafforzare la terzietà dei giudici, altre contrarie per il timore di una perdita di indipendenza. Anche il mondo accademico e le associazioni civiche sono pronte a entrare nel dibattito, con l’intento di chiarire gli scenari e di stimolare una discussione pubblica approfondita.
Il referendum sulla separazione delle carriere si annuncia quindi come un passaggio di portata storica, in grado di incidere sull’assetto costituzionale e di ridefinire i rapporti tra politica, magistratura e cittadini. Una scelta che chiamerà l’elettorato a esprimersi non solo su una questione tecnica, ma anche sul modello di giustizia che si intende costruire per il futuro del Paese.

Commenti