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Regionali Veneto, braccio di ferro tra Lega e Fratelli d’Italia su premierato e legge elettorale: la partita del dopo-Zaia entra nella fase decisiva

Nel centrodestra cresce la tensione sul tema Veneto: con Luca Zaia ormai fuori dal gioco per il limite dei mandati, la coalizione guida dal governo nazionale si confronta con una serie di questioni che rischiano di compromettere l’unità e la strategia elettorale. La scelta del candidato alla presidenza regionale, la legge elettorale da adottare, il premio di maggioranza, il timing delle elezioni: sono questi i nodi attorno ai quali si gioca il braccio di ferro politico tra Lega e Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni al centro di un compromesso inevitabile.


Da tempo Fratelli d’Italia reclama un candidato proprio, forte del fatto che nelle tornate recenti abbia ottenuto consensi che superano quelli della Lega in Veneto. Il partito della premier muove le sue richieste sulla base della forza elettorale acquisita e della necessità di capitalizzare il successo anche a livello regionale. La Lega, guidata da Salvini, non intende cedere la Regione che considera una roccaforte storica del partito, una base fondamentale del federalismo, e rimbalza sull’esigenza di mantenere il simbolo della “Regione Veneta” nelle sue mani.


Nel confronto entra anche la legge elettorale regionale: si discute se confermare il sistema attuale, con un premio di maggioranza che assicuri al vincitore una governabilità forte, oppure introdurre una formula più proporzionale, meno sbilanciata a favore del partito che ottiene la maggioranza relativa. Fratelli d’Italia spinge per una legge più moderna che consenta rappresentazione più equa, mentre la Lega preferisce mantenere le regole in grado di assicurare stabilità post-voto, anche in presenza di coalizioni fragili.


Premierato, ovvero la scelta che Giorgia Meloni potrebbe esercitare nel definire il candidato, è un altro dei punti di scontro: FdI invoca che il primo partito della coalizione abbia il diritto di indicare la figura da schierare, anche con il sostegno “a scatola chiusa” della coalizione. La Lega replica che la trattativa dovrebbe prevedere equilibrio, che non ci si limiti al nome ma anche alle condizioni che circondano la candidatura: programmi, alleanze locali, visibilità e ruoli nell’esecutivo regionale.


Il tempo è un fattore che mette pressione al centrodestra: la legge regionale fissa una scadenza entro la quale si dovrà votare; il Consiglio di Stato ha già escluso la possibilità di posticipare le elezioni regionali oltre il termine previsto. Perciò ogni ritardo decisionale rischia di tradursi in caos organizzativo, in costi aumentati, e in un danno di immagine per la coalizione unita. In ambienti politici si parla di settembre come mese in cui potrebbe essere convocato un vertice risolutivo tra Salvini, Meloni, Tajani e gli altri leader della coalizione per sciogliere lo stallo.


Analogamente, il premio di maggioranza: se il sistema rimarrà con premio consistente, chi vincerà potrà governare con una maggioranza più forte, ma con il rischio che una parte larga dell’elettorato resti poco rappresentata. La proposta più “proporzionale” sostenuta da FdI è vista con sospetto da chi teme che possa portare a risultati incerti, con governi di coalizione più fragili, trattative post-voto complicate, meno autonomia decisionale per il presidente regionale.


Alla fine, i numeri contano: Fratelli d’Italia ritiene di poter ottenere un risultato ancora più forte se guidasse il candidato veneto, mentre la Lega punta sul radicamento territoriale e sul consenso locale che ancora mantiene. Per la Lega la Regione è la “linea del Piave”, elemento simbolico della propria identità, e perdere il controllo significherebbe uno svantaggio politico importante, oltre che rischiare perdite elettorali in termini di visibilità che potrebbero riversarsi anche a livello nazionale.


La posta in gioco supera il Veneto: il modo in cui verrà risolta la questione sarà vista come segnale per altre Regioni che andranno al voto, per il centrodestra nazionale, per la credibilità del governo di coalizione e per la tenuta tra i partiti. Se nessun accordo arriverà entro settembre, i rischi sono la frizione politica estesa, nomi imposti che generano malumori, possibili candidati civici, o addirittura ipotesi di corsa solitaria con danno reciproco.


Gli scenari possibili oscillano tra un candidato unitario scelto da FdI con l’ok della Lega, un presidente proveniente dalla Lega ma con concessioni forti a FdI, o compromessi sui meccanismi di legge elettorale che attenuino il vantaggio del vincitore ma garantiscano governabilità. La trattativa sul Veneto riflette tendenze più ampie: centralizzazione della leadership nel partito della premier, crescente richiesta di visibilità territoriale da parte dei partiti alleati, e la necessità di coniugare forza elettorale con equità interna nella coalizione.

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