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Regionali 2025: il centrodestra punta al Veneto ma l’incognita Zaia agita le strategie della coalizione

Mentre il centrodestra italiano cerca di disegnare la mappa delle candidature per le prossime elezioni regionali autunnali, una delle partite più delicate si svolge in Veneto, dove il tema della successione a Luca Zaia, ormai in uscita di scena dopo tre mandati, si intreccia con le ambizioni dei partiti alleati e le possibili tensioni interne. Il Veneto è da sempre considerato una roccaforte leghista, e la scelta del candidato è vagliata anche come un test simbolico per gli equilibri della coalizione nazionale. Tuttavia, il puzzle veneto non è affatto risolto: la candidatura di Alberto Stefani come successore “designato”, le voci su una possibile “lista Zaia”, i dubbi su come collocare il nome dell’ex governatore nel simbolo della Lega, e le resistenze di Fratelli d’Italia testimoniano quanto la partita sia in alto rischio.


Luca Zaia, pur non potendo ricandidarsi, continua a esercitare un peso politico significativo. Sul palco di Pontida ha ribadito che il candidato del centrodestra dovrebbe portare il nome della Lega, affermando che «se il candidato non è della Lega, sarà un problema». È un messaggio che riflette la volontà di mantenere un perimetro strategico cristallino: la successione, secondo Zaia, non può prescindere dall’identità politica che ha caratterizzato la sua leadership. Allo stesso tempo, Zaia ha segnalato che il candidato scelto dovrà rispettare «coerenza con quanto fatto finora».


La Lega ha individuato in Alberto Stefani — giovane vicesegretario federale del partito e segretario della Liga Veneta — il nome cui affidare la guida della Regione. Il suo profilo è visto come quello di un continuatore dell’esperienza di governo di Zaia, con una proiezione generazionale e territoriale. In un vertice della coalizione veneta, la designazione di Stefani è stata accolta come punto di equilibrio: Forza Italia non ha opposto veto, mentre il confronto sul ruolo degli alleati ha richiesto mediazioni. Il vincolo maggiore riguarda Fratelli d’Italia, che rivendica spazi di visibilità per il proprio radicamento nel Nord.


Il nodo più controverso è la cosiddetta “lista Zaia”. L’ipotesi che il governatore uscente possa avere una lista autonoma nel supporto a Stefani — o con simbolismo dedicato — ha generato preoccupazioni all’interno della coalizione: potrebbe oscurare il candidato ufficiale, rinviare la costruzione del consenso e creare squilibri nelle dinamiche elettorali. Alcuni nel centrodestra temono che la presenza di una lista autonoma legata a Zaia possa agire come calamita per consensi, riducendo l’efficacia delle liste della coalizione tradizionale. Le reazioni sono state contrastanti: Matteo Salvini avrebbe dato un via libera alla “lista Zaia”, mentre Giorgia Meloni resterebbe prudente avanti al rischio di spaccature o di conflitti di primogenitura elettorale.


Il simbolo della Lega, secondo le ultime decisioni, non dovrebbe recare il nome “Zaia”, come richiesto da Fratelli d’Italia e da alcune anime interne al partito. Zaia stesso ha detto di accettare la decisione, affermando che supporterà il candidato ma restando defilato rispetto all’indicazione ufficiale. È un compromesso che cerca di preservare la centralità del marchio Lega nella competizione, limitando al contempo i rischi di un doppio centro di gravità elettorale.


Sul fronte dell’opposizione, il centrosinistra ha già scelto il proprio candidato: Giovanni Manildo, ex sindaco di Treviso, è stato indicato come guida del “campo largo” progressista. La sua candidatura intende intercettare il voto civico e moderato, presentandosi come alternativa credibile laddove il centrodestra possa essere percepito in crisi di unità. Le divisioni interne della maggioranza potrebbero dunque essere un fattore da sfruttare per la coalizione avversaria.


Le rilevazioni demoscopiche mostrano che, nonostante le incertezze, il Veneto appare ancora saldamente orientato verso il centrodestra. Alcune stime danno la coalizione in vantaggio intorno al 60-64 %, con un margine consistente rispetto al campo progressista, stimato attorno al 36-40 %. Tuttavia, tali dati presuppongono una coalizione coesa e unitaria e un candidato dalle caratteristiche unificanti.


Le difficoltà strategiche sono molteplici: conciliare le ambizioni degli alleati, preservare l’unità della coalizione, definire simboli e liste in grado di valorizzare il marchio politico senza generare conflitti interni, evitare che la figura di Zaia interferisca con la candidatura ufficiale e assicurare che il candidato designato riesca a rappresentare continuità senza essere percepito come mera prosecuzione del passato.


Il calendario elettorale spreme il tempo. Le elezioni regionali sono fissate per il 23 e 24 novembre 2025, lo stesso fine settimana in cui si andrà al voto anche in Campania e Puglia. L’urgenza decisionale si fa sentire: i simboli devono essere approvati, le liste depositate, le campagne lanciate, e le coalizioni organizzate. Ogni ritardo o divergenza rischia di penalizzare la presenza sul territorio, l’efficacia dei messaggi e la mobilitazione degli elettori.


Il Veneto non è solo un territorio chiave, ma anche uno specchio dell’equilibrio nazionale: il centrodestra sa che una rottura o una sconfitta qui potrebbe avere riverberi sul piano nazionale, indebolendo l’immagine della coalizione e alimentando tensioni politiche. Al tempo stesso, la candidatura veneta diventa una cartina di tornasole per la capacità del centrodestra di gestire il ricambio, le transizioni di potere e le ambizioni personali.


In queste settimane decisivi saranno i vertici romani del centrodestra: Salvini, Meloni, Tajani e i leader del partito regionale devono trovare un’intesa che concili le esigenze programmatiche e le ambizioni territoriali. La partita del Veneto segnerà non solo chi guiderà la Regione nei prossimi cinque anni, ma se il ricambio politico e generazionale nella coalizione potrà avvenire in modo ordinato e con consenso.

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