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Prime stime del Dpf: Pil tendenziale a +0,5% nel 2025 e +0,6% nel 2026

Le prime stime contenute nel Documento di programmazione finanziaria e di bilancio delineano un quadro di crescita debole per l’economia italiana nei prossimi due anni. Secondo i dati preliminari, il Pil tendenziale dovrebbe aumentare dello 0,5% nel 2025 e dello 0,6% nel 2026. Numeri modesti, che confermano le difficoltà strutturali del sistema economico nazionale e le incertezze legate al contesto internazionale.


Il tendenziale rappresenta la proiezione della crescita in assenza di nuove misure di politica economica. È quindi un indicatore utile a comprendere la traiettoria “naturale” dell’economia, al netto di eventuali interventi correttivi. I valori indicati dal Dpf mettono in evidenza una dinamica debole, inferiore alla media europea e molto lontana dagli obiettivi che sarebbero necessari per ridurre significativamente il debito pubblico e migliorare la sostenibilità della finanza pubblica.


L’analisi del governo sottolinea che il rallentamento è dovuto a una combinazione di fattori interni ed esterni. Sul fronte internazionale pesano le tensioni geopolitiche, le guerre ancora in corso e la conseguente incertezza sui mercati energetici. A ciò si aggiungono le politiche monetarie restrittive della Banca centrale europea, che pur avviandosi verso un graduale allentamento continuano a incidere negativamente sugli investimenti privati e sul credito alle imprese.


Dal lato interno, permangono i nodi strutturali di lungo periodo: bassa produttività, carenza di investimenti in ricerca e innovazione, difficoltà burocratiche che rallentano la spesa pubblica e il completamento dei progetti legati al Pnrr. Nonostante l’Italia abbia beneficiato di risorse ingenti dall’Unione europea, la capacità di spesa effettiva resta limitata e i ritardi nell’attuazione delle riforme riducono l’impatto espansivo che ci si attendeva.


Il dato tendenziale del Pil si traduce anche in una riflessione sulla tenuta dei conti pubblici. Con una crescita così bassa, la riduzione del rapporto debito/Pil diventa molto complicata. Anche in presenza di un avanzo primario, la mancanza di una dinamica espansiva forte rischia di mantenere il debito su livelli elevati, esponendo il Paese alla vulnerabilità rispetto agli shock finanziari. È proprio questo il motivo per cui la Commissione europea osserva con attenzione i numeri italiani, chiedendo da tempo misure credibili per rafforzare il potenziale di crescita.


Le previsioni del Dpf indicano che i consumi interni restano deboli, compressi dall’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione e da una dinamica salariale che, pur in miglioramento, non riesce ancora a colmare il gap accumulato negli ultimi anni. Gli investimenti delle imprese soffrono l’alto costo del credito e l’incertezza regolatoria, mentre l’export, tradizionale motore di crescita, deve fare i conti con la concorrenza internazionale e con la domanda fiacca proveniente da Germania e Cina, due dei principali partner commerciali.


In questo scenario, il governo intende utilizzare la Nota di aggiornamento al Def per introdurre le previsioni programmatiche, cioè quelle che incorporano le nuove misure di politica economica. Sarà quella la sede in cui valutare l’impatto delle prossime leggi di bilancio e degli interventi strutturali su fisco, lavoro e imprese. L’obiettivo dichiarato è spostare l’asticella della crescita oltre l’1% annuo, condizione ritenuta minima per innescare un processo di riduzione del debito e per rendere sostenibili nel lungo periodo le finanze pubbliche.


Un aspetto cruciale riguarda l’utilizzo dei fondi europei. Il Pnrr, se attuato in modo efficace, potrebbe generare un effetto leva importante sugli investimenti, portando benefici in termini di infrastrutture, digitalizzazione e transizione energetica. Tuttavia, i ritardi accumulati e le difficoltà operative rischiano di ridurre l’impatto positivo. L’esecutivo sta cercando di accelerare, ma il tempo a disposizione si riduce e la capacità di tradurre i progetti in crescita reale resta incerta.


La fotografia che emerge dal Dpf invita quindi alla prudenza. L’Italia resta uno dei Paesi con i tassi di crescita più bassi dell’area euro, mentre le pressioni sul bilancio pubblico aumentano. La spesa per interessi continua a pesare in modo rilevante e le esigenze di finanziamento obbligano il Tesoro a mantenere un forte ricorso al mercato. In assenza di un’accelerazione del Pil, la sostenibilità del debito resta legata alla fiducia degli investitori e alla capacità del governo di mantenere una linea credibile e coerente.


Gli osservatori economici sottolineano che non bastano piccoli aggiustamenti per invertire la rotta. Servono interventi strutturali su giustizia, pubblica amministrazione, mercato del lavoro e sistema fiscale. Solo una strategia di lungo periodo, accompagnata da riforme incisive, può aumentare il potenziale di crescita e portare l’Italia su un sentiero più robusto. Le stime tendenziali del Dpf, ferme a +0,5% e +0,6% nei prossimi due anni, sono un campanello d’allarme che conferma la fragilità della nostra economia e la necessità di politiche più ambiziose.

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