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Predatori globali e concentrazione del potere economico

La nuova frattura tra mercato, dati e ricchezza mette in discussione le garanzie della democrazia economica.


Nel confronto dedicato all’era dei predatori, Tawakkol Karman, Mario Capanna, Enzo Fortunato, Marco Magnani e Pietro Modiano, moderati da Riccardo Barlaam, hanno ricondotto la crisi dell’ordine internazionale a un punto giuridicamente decisivo: il potere non si misura più soltanto nella sovranità degli Stati, ma nella capacità di incidere su risorse, dati, tecnologie e ricchezza privata. L’immagine del predatore non riguarda solo la forza militare, ma anche la trasformazione del mercato in uno spazio dominato da soggetti capaci di imporre regole di fatto, spesso prima e oltre le regole di diritto.


La lettura offerta dall’incontro impone di ripensare la nozione di concorrenza. Quando pochi operatori concentrano infrastrutture digitali, piattaforme informative e accesso ai dati personali, il rapporto tra cittadino e impresa perde la propria neutralità. Non è più solo questione di efficienza economica, ma di asimmetria contrattuale strutturale, perché l’utente partecipa al mercato cedendo informazioni che diventano materia prima per nuovi poteri privati.


Da qui emerge un tema vicino al diritto dell’economia: la libertà di iniziativa economica resta presidio costituzionale solo se non si traduce in dominanza incontrollata. Nel panel, il richiamo a Trump, Putin e alla Cina ha assunto il valore di esempio politico di una tendenza più ampia: la sostituzione della cooperazione con la forza, dell’interdipendenza con la cattura di porzioni di mondo, dell’apertura dei mercati con la costruzione di sfere di influenza.


Il punto più delicato riguarda la responsabilità pubblica. Se gli strumenti utilizzati ogni giorno dai cittadini appartengono a soggetti che possono orientare informazione, consumi e preferenze, il diritto deve intervenire non come freno all’innovazione, ma come condizione della sua legittimità. La disciplina antitrust, la tutela dei dati personali, la regolazione delle piattaforme e la fiscalità dei grandi gruppi diventano così strumenti di riequilibrio democratico. L’economia dei predatori non è soltanto una diagnosi geopolitica: è il rischio di un mercato in cui la forza sostituisce la regola e la regola arriva troppo tardi.

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