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Povertà assoluta: 5,7 milioni di persone in Italia, in gran parte stranieri, secondo l’ultimo rapporto Istat

Il nuovo rapporto Istat sulla povertà assoluta in Italia fotografa una condizione di fragilità economica che, pur restando stabile rispetto all’anno precedente, conferma un livello di criticità strutturale. Nel 2024 sono circa 5,7 milioni le persone che vivono in povertà assoluta, pari al 9,8 % della popolazione residente. Si tratta di un dato che, pur non in peggioramento rispetto al 2023, indica la difficoltà del Paese nel ridurre in modo concreto le disuguaglianze e nel contrastare una condizione che coinvolge tanto i cittadini italiani quanto, in misura più acuta, gli stranieri residenti.


Le famiglie in povertà assoluta sono 2,2 milioni, corrispondenti all’8,4 % del totale. L’incidenza è significativamente più alta tra i nuclei composti da cittadini stranieri, dove raggiunge il 30,4 %, contro il 6,3 % delle famiglie formate da soli italiani. Tra gli individui, la distanza è ancora più marcata: oltre un terzo degli stranieri residenti in Italia, circa 1,8 milioni di persone, vive in condizioni di povertà assoluta, contro il 7,4 % degli italiani. È un divario che evidenzia una diseguaglianza strutturale nel reddito, nelle opportunità lavorative e nella possibilità di accesso ai servizi sociali e sanitari.


Il peso della povertà colpisce in modo particolare i minori: sono 1,28 milioni i bambini e adolescenti che si trovano in questa condizione, pari al 13,8 % della popolazione sotto i 18 anni. In molte famiglie, le difficoltà economiche si traducono in carenze materiali ed educative, con limitazioni nell’alimentazione, nell’accesso a cure sanitarie, nella possibilità di frequentare attività formative e culturali. La povertà infantile resta così una delle aree di maggiore emergenza sociale, destinata a produrre effetti duraturi sullo sviluppo del capitale umano e sulle prospettive future di intere generazioni.


Dal punto di vista territoriale, il Mezzogiorno continua a essere l’area più colpita, con percentuali che superano il 10 % delle famiglie residenti. Le regioni meridionali registrano i valori più alti, ma la povertà si manifesta in misura crescente anche nel Centro e nel Nord, dove le aree metropolitane e i quartieri periferici concentrano situazioni di disagio sociale, precarietà abitativa e disoccupazione. L’incidenza nel Nord resta attorno al 7,7 %, ma le differenze interne sono ampie: nelle grandi città, il costo della vita e la crescita dei prezzi di beni e servizi essenziali amplificano l’impatto economico sulle famiglie con redditi medio-bassi.


L’inflazione rappresenta un fattore determinante nel consolidamento del fenomeno. L’aumento dei prezzi dei beni alimentari, dell’energia e degli affitti ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie con redditi limitati, spingendole sotto la soglia di povertà assoluta nonostante eventuali miglioramenti nel mercato del lavoro. Secondo le elaborazioni dell’Istat, il 37 % della spesa media delle famiglie in povertà è destinato all’alimentazione e all’abitazione, contro il 27 % registrato tra i nuclei non poveri, segno di una compressione dei consumi non essenziali e di una crescente vulnerabilità economica.


La povertà assoluta si lega direttamente anche alla qualità dell’occupazione. Le famiglie con capofamiglia operaio, disoccupato o impiegato in lavori precari mostrano i livelli più elevati di disagio economico. Tra gli operai, l’incidenza supera il 15 %, mentre tra i disoccupati e gli autonomi irregolari sfiora il 20 %. Il lavoro povero, i contratti intermittenti, il part-time involontario e i salari fermi da anni sono fattori che alimentano il fenomeno, rendendo insufficiente il reddito da lavoro a garantire una condizione dignitosa.


Particolarmente vulnerabili risultano le famiglie numerose e quelle monoreddito. Nei nuclei con almeno tre figli minori, la povertà assoluta riguarda il 22,8 % dei casi, mentre nelle famiglie composte da un solo genitore l’incidenza si avvicina al 20 %. L’aumento del costo della vita, unito alla difficoltà di conciliare occupazione e cura familiare, colpisce soprattutto le madri single e i nuclei giovani.


Sotto il profilo sociale, i dati Istat mettono in luce anche la fragilità delle reti di protezione. Le misure di sostegno economico introdotte negli ultimi anni, come l’assegno unico e i contributi a favore delle famiglie con minori, hanno contribuito a contenere l’espansione della povertà, ma non a ridurla in modo significativo. Il superamento del reddito di cittadinanza e la sua sostituzione con strumenti più selettivi hanno ridisegnato la platea dei beneficiari, ma con un impatto ancora da valutare pienamente sulle categorie più esposte.


L’aspetto più preoccupante riguarda la povertà strutturale, cioè quella che si trasmette nel tempo e non dipende da shock congiunturali. L’Istat sottolinea che una parte crescente delle famiglie povere è tale da più di tre anni consecutivi, segno che la mobilità economica è ridotta e che i percorsi di uscita sono difficili da attivare. La povertà si radica nei territori con carenze di servizi, bassi tassi di occupazione e infrastrutture sociali deboli, rendendo inefficaci gli interventi temporanei e richiedendo politiche di lungo periodo.


Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la povertà educativa, strettamente connessa a quella economica. Le famiglie con minori in difficoltà economiche segnalano tassi più alti di abbandono scolastico e una partecipazione inferiore alle attività culturali. La scarsità di strumenti digitali, l’assenza di spazi adeguati per lo studio e la difficoltà di accesso a servizi extrascolastici ampliano la distanza tra chi dispone di risorse e chi ne è privo.


I dati complessivi evidenziano come la povertà non sia più un fenomeno marginale o temporaneo, ma un tratto persistente del sistema sociale italiano. La concentrazione tra famiglie straniere, nuclei giovani e territori economicamente deboli mostra che il fenomeno si colloca all’incrocio tra precarietà lavorativa, diseguaglianza territoriale e insufficienza delle politiche redistributive. L’analisi dell’Istat descrive un Paese che, pur mantenendo stabilità macroeconomica, fatica a tradurre la crescita in benessere diffuso e inclusione sociale.

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