Pensioni, tra l’aumento dell’età e il futuro di Opzione Donna e Quota 103: la manovra apre il fronte più delicato del governo
- piscitellidaniel
- 10 ott
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Nel tavolo politico della prossima legge di bilancio, il tema delle pensioni è tornato al centro dello scontro tra le esigenze di sostenibilità dei conti pubblici e le aspettative di una popolazione che invecchia e teme di vedere spostarsi sempre più avanti la soglia per il ritiro dal lavoro. Le ipotesi allo studio comprendono un possibile aumento dell’età pensionabile, la revisione o l’abolizione di Opzione Donna e la fine di Quota 103. Tre pilastri di un sistema che da anni oscilla tra rigore e flessibilità, ora sotto pressione per effetto del calo demografico e dei vincoli di bilancio.
Il nodo principale riguarda l’automatismo legato all’aspettativa di vita, che dal 2027 dovrebbe far salire l’età per la pensione di vecchiaia da 67 a 67 anni e tre mesi. La misura, prevista per adeguare il sistema alla maggiore longevità della popolazione, rischia però di trasformarsi in un fattore di forte impatto sociale, soprattutto per chi svolge lavori gravosi o ha carriere discontinue. Il governo sta valutando di congelare temporaneamente l’adeguamento, rinviandone l’entrata in vigore almeno di due anni. L’obiettivo è evitare un effetto domino che, oltre a spingere in alto l’età legale, comporterebbe anche un aumento dei requisiti contributivi per la pensione anticipata. Ma il blocco comporterebbe costi significativi per lo Stato e potrebbe incidere sulla sostenibilità complessiva del sistema previdenziale.
Un’altra questione aperta riguarda il destino di Opzione Donna, la misura che consente alle lavoratrici di lasciare il lavoro prima dei 60 anni accettando un ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Nata per offrire una via d’uscita flessibile a chi ha carriere segnate da periodi di maternità o interruzioni lavorative, la misura negli ultimi anni ha perso appeal. Le modifiche introdotte dalle ultime manovre, che hanno ristretto la platea alle sole lavoratrici con condizioni specifiche di svantaggio, ne hanno ridotto drasticamente le adesioni. Oggi il governo valuta due ipotesi: la cancellazione definitiva o un ritorno a una versione più ampia ma con parametri di calcolo più severi. Si tratterebbe di una scelta politica di grande peso, perché Opzione Donna ha rappresentato uno strumento di riconoscimento del lavoro femminile in un sistema ancora sbilanciato.
Sul tavolo c’è poi Quota 103, introdotta nel 2023 per consentire l’uscita a 62 anni con 41 anni di contributi. La misura, pensata come passaggio temporaneo verso una riforma più organica, ha avuto un impatto limitato: pochi lavoratori hanno scelto questa formula, scoraggiati dai tagli sull’assegno e dai vincoli sull’importo massimo percepibile. Per questo, nel disegno della manovra, Quota 103 sembra destinata a scomparire. Si valuta di sostituirla con una nuova forma di flessibilità in uscita a partire dai 64 anni, interamente contributiva e vincolata a soglie minime di importo, con l’intento di rendere più equo l’accesso ma meno oneroso per le casse pubbliche.
Dietro queste modifiche si cela la sfida più grande: tenere in equilibrio un sistema che già oggi assorbe oltre il 16% del PIL e che nei prossimi decenni sarà messo alla prova dal progressivo invecchiamento della popolazione e dal calo dei contribuenti attivi. Secondo le proiezioni dell’Inps, senza interventi strutturali la spesa previdenziale continuerà a crescere fino al 2045, con un incremento di almeno un punto percentuale sul prodotto interno lordo. Per questo il Ministero dell’Economia spinge per interventi mirati alla sostenibilità, mentre i sindacati chiedono di tutelare chi ha iniziato a lavorare presto, chi svolge mansioni usuranti e chi rischia di restare intrappolato in una carriera discontinua.
Le posizioni politiche restano distanti. Una parte della maggioranza, soprattutto in Forza Italia, insiste per mantenere forme di flessibilità in uscita che non penalizzino le categorie più fragili. Dall’altra parte, il fronte più rigorista, sostenuto dal Tesoro e da alcuni tecnici di Palazzo Chigi, spinge per una razionalizzazione delle misure, eliminando quelle che negli anni hanno prodotto distorsioni o costi sproporzionati rispetto ai benefici. Nel frattempo, le organizzazioni sindacali hanno già annunciato che difenderanno Opzione Donna e chiederanno la proroga di Quota 103 almeno per un altro anno, ritenendo inaccettabile che la manovra si concentri solo sul rigore dei conti.
Il confronto si intreccia con un tema più ampio: quello della sostenibilità sociale del lavoro in un Paese che invecchia e dove l’età media di ingresso nel mercato occupazionale si è spostata oltre i trent’anni. Ogni slittamento in avanti dell’età pensionabile, in assenza di interventi sull’occupazione giovanile, rischia di produrre un effetto di blocco generazionale. È anche per questo che il governo punta a introdurre incentivi per la previdenza complementare, rafforzando la detrazione fiscale sui fondi pensione e favorendo l’adesione automatica dei lavoratori più giovani.
Il cantiere delle pensioni resta dunque aperto e complesso. Le scelte che il governo farà nelle prossime settimane determineranno non solo la sostenibilità dei conti pubblici ma anche la percezione di equità e fiducia dei cittadini verso il sistema previdenziale. La manovra, che sarà presentata entro la fine di ottobre, dovrà definire in modo chiaro la direzione: se seguire la strada della prudenza economica o quella della tutela sociale, in un equilibrio che la politica italiana insegue da decenni senza mai raggiungere davvero.

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