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Nuovi raid israeliani a Gaza: almeno 50 i morti, mentre gli Usa affermano che il cessate il fuoco non è in pericolo

Un violento aumento delle operazioni militari nel sud della Striscia di Gaza ha portato a un bilancio tragico: almeno cinquanta vittime in un solo giorno, secondo quanto comunicato dalla difesa civile della zona. L’improvviso ritorno dei raid avviene in un contesto di fragile tregua, mentre gli Stati Uniti ribadiscono che l’accordo di cessate il fuoco resta in vigore e non è a rischio.


Le forze israeliane hanno preso di mira aree popolate in reazione a un attacco contro un soldato israeliano, provocando una escalation rapida delle operazioni aeree. Le autorità della Striscia di Gaza riportano che molte delle vittime sono civili, alcuni anche minori, suggerendo che le strutture residenziali e le infrastrutture pubbliche siano state colpite nei bombardamenti. Allo stesso tempo, fonti statunitensi affermano che il presidente Donald Trump ha dichiarato che la tregua non è compromessa, nonostante la gravità degli attacchi e l’amplificazione dell’offensiva israeliana.


Il ritorno della violenza avviene in un momento in cui la tregua tra Israele e Hamas era stata considerata stabile, grazie anche a mediatori regionali e internazionali che avevano favorito il passaggio a una fase più pacifica. Tuttavia, il persistente lancio di razzi da Gaza verso il territorio israeliano e le reazioni da parte delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) dimostrano quanto fragile sia la situazione. Gli attacchi israeliani sono motivati ufficialmente come risposta a “violazioni” della tregua da parte di milizie palestinesi, ma la frequenza e l’intensità dei bombardamenti sollevano dubbi sulla tenuta del cessate il fuoco.


Le autorità sanitarie di Gaza faticano a fronteggiare il nuovo picco di feriti. Gli ospedali della Striscia, già oberati da settimane di carenza di materie prime, energia e medicinali, vedono un afflusso improvviso di vittime civili, richiedendo evacuazioni e trattamenti urgenti in condizioni precarie. Le strutture in almeno due città sono state colpite direttamente, almeno secondo testimoni locali, complicando la gestione dell’emergenza. Le famiglie sfollate nelle regioni meridionali di Gaza subiscono il doppio peso della guerra: la perdita di vite e la distruzione di abitazioni, infrastrutture e vie di comunicazione.


Dal lato israeliano, il governo sostiene che gli attacchi sono mirati contro obiettivi della rete militare di Hamas e alleati, e che le operazioni sono condotte con attenzione per minimizzare le vittime civili. Tuttavia, organizzazioni umanitarie internazionali mettono in guardia contro l’elevata mortalità civile e la possibile escalation del conflitto. In particolare, la concentrazione delle vittime in aree densamente popolate della Striscia rende la distinzione tra obiettivi militari e civili sempre più difficile, alimentando tensioni diplomatiche e accuse di violazione del diritto internazionale umanitario.


Parallelamente, gli Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo di mediazione attiva. Trump ha dichiarato che l’accordo di tregua “non è in pericolo” e che Washington manterrà l’impegno per preservare la stabilità nella regione. Tuttavia, la presenza di raid così intensi in un periodo di cessazione delle ostilità solleva interrogativi sulla reale efficacia del sostegno statunitense alla tregua e sulla capacità di Israele di rispettare gli impegni presi. Inoltre, le dinamiche interne del governo israeliano — con un’escalation nelle operazioni militari — suggeriscono che la decisione di attaccare è stata assunta indipendentemente dalla pressione internazionale.


La risposta dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) e di altre agenzie internazionali sottolinea che l’aumento delle operazioni militari mina seriamente la possibilità di un ritorno a una pace duratura. Le condizioni umanitarie nella Striscia erano già allarmanti: le limitazioni all’ingresso di beni di prima necessità, la distruzione prolungata delle infrastrutture, la presenza di rifugiati interni e la scarsità di elettricità avevano creato un ambiente estremamente vulnerabile. L’attuale escalation peggiora ulteriormente la situazione, riducendo lo spazio per soluzioni diplomatiche e aumentandone quello del confronto armato.


Dal punto di vista strategico, l’attacco israeliano – che ha conseguito un numero elevato di vittime – può essere visto come un messaggio forte lanciato da Tel Aviv a Hamas e ai suoi alleati: la capacità di Israele di colpire con forza malgrado la tregua potrebbe dissuadere ulteriori azioni ostili, ma al tempo stesso accresce il rischio di un’escalation globale. L’interruzione del cessate il fuoco rimane, al momento, formale, ma la ripresa dei raid mina fortemente la credibilità del processo di pace e della mediazione internazionale.


Punti di fragilità emergono anche sul piano politico: per Israele la pressione interna verso azioni militari più incisive è elevata, mentre per Hamas la perdita di controllo sul territorio sotto il bombardamento potrebbe spingere a risposte più violente e dirette. Le fazioni palestinesi chiedono al contempo il rilascio immediato dei prigionieri e un allentamento del blocco sulla Striscia, rendendo la tregua sempre più instabile. Gli Stati Uniti cercano di mediare ma devono fare i conti con un governo israeliano determinato a rivendicare la propria sicurezza e un quadro locale sempre più complesso.


La situazione resta in divenire, e mentre da un lato si conferma che l’accordo di cessate il fuoco “non è in pericolo” secondo Washington, dall’altro la realtà sul terreno racconta una tregua in bilico, minata da raid, vittime civili, infrastrutture inagibili e una diplomazia che deve correre contro il tempo.

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