Meloni rilancia la “proposta pace” di Trump e attacca la Cgil: “Difende più la sinistra che i lavoratori” – lo scontro politico che si accende su guerra, sindacato e agenda interna
- piscitellidaniel
- 7 ott
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In un passaggio politico pregnante, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sposato con forza la proposta di piano di pace avanzata da Donald Trump, definendola capace di “aprire più di uno spiraglio” nel contesto del conflitto israelo-palestinese, e nel contempo ha usato parole dure verso la Cgil, accusata di una eccessiva “vicinanza alla sinistra” a discapito delle istanze reali dei lavoratori. Il mix fra diplomazia e battaglia interna rende la dichiarazione della premier un punto di rottura nel dibattito pubblico, capace di polarizzare schieramenti e mettere in luce tensioni già presenti nella maggioranza, nell’opinione pubblica e nei rapporti con le istituzioni sociali.
La proposta di Trump per la pace, secondo Meloni, non è un’idea astratta ma un piano articolato che contiene elementi già richiesti dall’Italia nel corso degli ultimi mesi: cessate il fuoco, rilascio degli ostaggi, ritiro graduale delle forze israeliane da Gaza, no a nuovi insediamenti in Cisgiordania, disarmo di Hamas, e il riconoscimento dell’aspirazione palestinese a uno Stato. Meloni sottolinea che sulla base di questi punti si è registrata una convergenza significativa a livello internazionale, fino a interessare persino Hamas in alcuni passaggi. Pur riconoscendo la fragilità dell’ipotesi, ha affermato che l’Italia “c’è” nella trattativa diplomatica, avendo lavorato concretamente nei mesi scorsi, «mentre altri sventolavano bandiere».
Nello stesso intervento tuttavia la premier ha inveito contro chi ha scelto di non sostenere la proposta in Parlamento, definendo bizzarro che alcune forze di opposizione non abbiano votato il piano nonostante esso fosse “sostenuto persino da Hamas”. Questa critica al Parlamento si inserisce in una strategia comunicativa che tende a contrapporre le decisioni del governo alla presunta debolezza dell’opposizione, rafforzando il profilo di Meloni come interprete “attiva” e “determinata”.
Non meno provocatorio, l’attacco alla Cgil: Meloni ha accusato il più grande sindacato italiano di schierarsi più con la sinistra ideologica che con i lavoratori stessi, commentando lo sciopero proclamato contro alcune politiche del governo e le mobilitazioni nei cortei in solidarietà a Gaza. Ha definito lo sciopero “pretestuoso” e ha criticato alcuni striscioni presenti nelle manifestazioni, che secondo lei inneggiavano al terrorismo, giudicandoli segno di un processo di strumentalizzazione politica. Nella retorica della premier, l’equilibrio tra diritto a manifestare e responsabilità politica è stato messo al centro: «Attenzione, perché le cose possono sfuggire di mano».
L’accusa alla Cgil introduce un cortocircuito forte nel panorama politico sindacale: da un lato il governo cerca di costruire un consenso attorno all’iniziativa di pace; dall’altro lancia un contrattacco contro chi mobilita proteste e scioperi. Il messaggio è chiaro: non vi sarà spazio per movimenti che, nel percepito del governo, tradiscono le rivendicazioni autentiche dei lavoratori per interessi ideologici. È una stoccata che richiama i rapporti tra politica e sindacato e i limiti del conflitto sociale in un momento di tensione internazionale.
Sul piano diplomatico e internazionale, Meloni cerca di ricollocarsi come protagonista attiva: la proposta Trump viene richiamata come riproposizione di idee originariamente italiane (garanzie di sicurezza per fare in modo che una pace duratura sia possibile), e la premier enfatizza la distanza dagli “altri” che si limitano a esibire simboli. L’Italia, almeno nella narrazione mediatica di Palazzo Chigi, si propone come attore concreto in un’epoca in cui le diplomazie tradizionali faticano a incidere.
Nel contesto interno, la posizione assunta da Meloni alimenterà inevitabilmente divisioni: da una parte chi applaude l’azione internazionale, l’iniziativa politica audace e la linea dura contro le proteste giudicate strumentali; dall’altra, chi difende il diritto alla mobilitazione sociale e richiama il sindacato al suo ruolo autonomo di tutela. Il campo dello scontro politico si stringe su temi centrali come rappresentanza, conflitto sociale, memoria e responsabilità politica nel tempo della crisi internazionale.
La commistione tra diplomazia e attacco politico rende il momento particolarmente delicato: mentre si cerca di impostare un’agenda estera inedita e ambiziosa, si riattiva un fronte interno che può trasformarsi in linea di faglia. La scelta di Meloni non è neutra: si gioca sul doppio piano della credibilità internazionale e della tenuta del consenso all’interno della propria coalizione, e mette in risalto il tema del rapporto tra governo e soggetti sociali nell’Italia di oggi.

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