Manovra da 16 miliardi tra tagli e nuove entrate: l’Italia si prepara al 2025 con un deficit al 3 % e crescita modesta
- piscitellidaniel
- 3 ott
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Il governo italiano è al lavoro su una manovra complessiva da circa 16 miliardi di euro da calibrare tra 10 miliardi di tagli alla spesa e 6 miliardi di maggiori entrate, inserita nel quadro programmatico del Documento di Finanza Pubblica (DPFP) per il 2025. L’orizzonte delineato prevede un deficit strutturale fissato al 3 % del PIL e una crescita moderata del prodotto interno lordo, stimata intorno allo 0,5 %: uno scenario che, seppure segnala un tentativo di equilibrio tra rigore e interventi, pone una serie di sfide economiche, politiche e sociali.
Il nocciolo della manovra è duplice: da un lato ridurre la spesa pubblica in modo selettivo, dall’altro recuperare nuove risorse attraverso incrementi tributari o ampliamento delle basi imponibili. I 10 miliardi di tagli dovranno essere distribuiti su voci ministeriali, consumi intermedi, enti pubblici, trasferimenti e spese correnti non essenziali. La linea di indirizzo – già anticipata in alcuni documenti – punta a una revisione della spesa operativa, la razionalizzazione delle consulenze, delle auto blu, delle missioni, della manutenzione e degli sprechi amministrativi. Contestualmente, i 6 miliardi di maggiori entrate coinvolgono potenzialmente tributi indiretti, revisione delle deduzioni, armonizzazioni fiscali e recupero dell’evasione.
Il vincolo del deficit al 3 % è pesante: è un livello compatibile con le regole europee e con la necessità di contenere l’espansione del debito, ma vincola fortemente lo spazio per interventi espansivi o investimenti massicci. La scelta riflette un’adesione formale ai parametri del Patto di Stabilità e Crescita, ma al tempo stesso pone il governo sotto pressione per realizzare coperture efficaci e credibili. Il fatto che la crescita stimata sia solo dello 0,5 % indica che non ci sono grandi margini per contare su un “effetto trascinamento” robusto: la dinamica economica sarà debole, quindi ogni misura dovrà essere valutata nei suoi effetti marginali.
Da un punto di vista finanziario, il successo della manovra dipenderà in larga misura dalla correttezza delle previsioni macroeconomiche: se il PIL effettivo risultasse inferiore alle attese, o se il costo del debito aumentasse, il vincolo del deficit potrebbe essere superato, generando tensioni sui conti e sulla fiducia degli investitori. Anche il mercato osserva con attenzione l’orientamento: il rating sovrano del Paese e lo spread rispetto ai titoli di Stato più solidi restano sensibili ai segnali di credibilità fiscale.
Sul versante politico, le misure proposte – soprattutto i tagli – rischiano di incontrare resistenze da parte delle categorie più sensibili: regioni, enti locali, mondo sanitario, istruzione, cultura, welfare. Ogni riduzione delle “spese non essenziali” viene spesso percepita localmente come una rinuncia a servizi concreti. Occorrerà quindi una negoziazione politica serrata per evitare scissioni o proteste sociali, bilanciando la necessità di rigore con la salvaguardia delle funzioni pubbliche fondamentali.
Sul fronte delle entrate, il governo dovrà calibrare aumenti capaci di generare gettito senza comprimere troppo la domanda. Qualsiasi gravame fiscale percepito come un “peso aggiuntivo” su redditi medi o su imprese rischia di frenare consumi, investimenti e fiducia. È probabile che si privilegi un mix tra ampliamento della base imponibile (riduzione delle esenzioni, lotta all’evasione) e misure moderate sui tributi più distorsivi. Anche in questo caso, la credibilità delle misure e la trasparenza nei parametri contabili saranno elementi decisivi per l’accettabilità politica.
Un nodo chiave sarà la distribuzione degli oneri nel tempo e la gradualità degli aggiustamenti: alcune misure potranno avere effetti deflazionistici o recessivi se applicate troppo bruscamente. La manovra potrebbe prevedere modalità differenziate a regime e misure transitorie di alleggerimento per fasce deboli, settori strategici o territori in maggiore difficoltà. Le misure una tantum potrebbero costituire parte del pacchetto, ma servono coperture durevoli per evitare rincorse successive.
Un altro rischio è che la manovra resti parziale, con gli interventi più incisivi rimandati a futuri esercizi. Se gran parte dei tagli e delle entrate verranno spalmate su più anni, il risultato immediato potrebbe essere modesto e lasciare il bilancio vulnerabile a shock esterni. Il governo dovrà dimostrare che le misure previste nel 2025 sono operative e non soltanto promesse formali.
L’efficacia della manovra si misurerà anche nella capacità del governo di mantenere il sostegno parlamentare nei passaggi in commissione e aula, nonché nella compartecipazione con regioni ed enti locali, che dovranno adattarsi alle nuove direttive. Sarà fondamentale che la manovra non diventi terreno di conflitto interno alla coalizione, perché ogni revisione in sede parlamentare rischia di ridurre lo spazio netto di intervento.
In prospettiva, questa manovra può segnare una svolta nell’orientamento fiscale e nel rapporto tra Stato e cittadini: se ben costruita, può dare credibilità al percorso di rigore e sostenibilità; se sbilanciata verso tagli troppo aggressivi o entrate troppo pesanti, rischia di generare frizioni che indeboliscano l’efficacia delle politiche economiche. La sfida è duplice: contenere il disavanzo senza mortificare la domanda interna, e rilanciare margini per crescita e investimenti restando nel perimetro del 3 %.

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