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Manovra 2025: la partita si gioca su detrazioni e sgravi per i figli — tra equità, risorse limitate e spinte politiche

Nel confronto sulla manovra 2025 il capitolo “famiglia” è tra i più delicati e contestati: all’interno del dibattito spiccano le detrazioni per i figli a carico e gli sgravi contributivi destinati ai nuclei con figli, misure che diventano terreno di partita politica e fiscale. La sfida è costruire un equilibrio tra sostenere le famiglie, favorire la natalità e al contempo trovare coperture in un bilancio vincolato da vincoli europei e limiti di spesa.


Uno degli snodi che catalizza attenzione è la modifica delle detrazioni IRPEF per i figli a carico. La bozza della manovra delinea un cambio significativo: le detrazioni, attualmente fruibili fino a 30 anni per i figli che hanno redditi contenuti, rischiano di essere escluse per i figli che superano quella soglia – salvo eccezioni per minori condizioni di disabilità. Questo implica che diverse famiglie, in cui i figli magari studiano o cercano lavoro oltre i 30 anni, potrebbero perdere uno sconto fiscale importante, con un impatto sulla pressione fiscale complessiva del nucleo famigliare.


La ragione addotta da chi sostiene la misura è che le detrazioni generose verso “figli grandi” costituiscono uno sgravio difficile da sostenere per le casse dello Stato, che deve allocare risorse limitate. In tal senso, il governo giustifica il cambiamento come correzione verso una maggiore equità: concentrare gli aiuti fiscali là dove davvero servono e dove il contributo pubblico può essere più incisivo. Tuttavia, la misura solleva dubbi: è equo penalizzare chi resta nella famiglia fino ai 30 anni (o oltre) per ragioni economiche? E come si armonizza con le politiche di lavoro giovanile e sostegno al reddito?


Accanto al tema delle detrazioni irpef, un altro asse cruciale è quello degli sgravi contributivi per i genitori lavoratori. L’idea è ampliare e consolidare incentivi che riducono il cuneo contributivo per le lavoratrici con figli, estendendo la platea anche alle lavoratrici autonome non in regime forfettario, e rendendo strutturali misure già temporanee. In particolare, l’attenzione si concentra su soglie reddituali — spesso indicate nella distanza dai 40.000 euro — entro cui lo sgravio può applicarsi. L’intento è quello di incentivare la partecipazione femminile al lavoro e alleviare i costi che gravano sulle famiglie con figli.


La manovra prevede altresì un limite massimo alle detrazioni totali per contribuenti con redditi superiori a 75.000 euro, pur continuando a garantire benefici ulteriori per famiglie numerose e per nuclei con figli con disabilità, in modo da attenuare l’effetto regressivo delle misure. In pratica, chi ha redditi alti non potrà più usufruire senza limite delle detrazioni familiari, mentre chi è nelle fasce medie-basse continuerà a ottenere sostegno. Questo approccio mira a concentrare le risorse dove hanno maggior effetto redistributivo.


Tra le novità strutturali emergono inoltre elementi come l’introduzione del quoziente familiare, che riporta al centro il concetto che una famiglia non può essere trattata fiscalmente come una singola unità, ma che i carichi (figli, composizione del nucleo) debbono incidere nel calcolo dell’imposizione. In prospettiva, il quoziente familiare potrebbe cambiare il modello delle detrazioni: non più detrazioni fisse, ma scaglioni che tengono conto dei componenti del nucleo. Questa ipotesi è vista da molti come una delle linee che il governo sta valutando per rendere più progressivo e “familiare” il sistema fiscale.


Va detto che alcuni elementi della bozza suscitano tensioni politiche. La “stretta sui figli grandi” è stata definita da molti come misura destinata a colpire le famiglie che continuano a sostenere figli nella fase adulta, soprattutto in un contesto di precarietà lavorativa giovanile. Opponenti politici parlano di “penalizzazione generazionale”. In parallelo, l’estensione degli sgravi per le lavoratrici è ben vista in linea di principio, ma si discute molto su quali condizioni reddituali e di età possano vincolarla, affinché non diventi una misura troppo generosa su costi difficilmente coperti.


Le parti sociali e le organizzazioni familiari guardano con attenzione alle simulazioni: per molte famiglie il passaggio potrà tradursi in qualche centinaio o migliaio di euro in più di imposte. Il timore è che le misure finiscano per essere “molto rumorose nelle parole, ma modeste nei fatti”, almeno per chi è oltre soglie intermedie di reddito. Chi sta attento alle spese e ai bilanci famigliari sa che anche piccoli cambiamenti nel sistema delle detrazioni si traducano in costi percepiti.


In questo momento, la manovra si sta cucendo attorno a priorità dichiarate: il sostegno alle famiglie, l’incentivo alla natalità e la riforma fiscale redistributiva. Detrazioni e sgravi sui figli sono pezzi fondamentali. Ma occorre una quadratura: se si tagliano detrazioni per i figli oltre i 30 anni, si rischia di contrapporre generazioni; se si rende troppo generoso il sistema delle agevolazioni, il conto fiscale potrebbe diventare insostenibile.


Alla fine, la partita non è solo di conti, ma di simboli e fiducia sociale. Le famiglie guardano ai figli come investimento, come risorsa, come speranza futura. Che lo Stato confermi che è disposto a sostenerle — e non a complicare la vita di chi aiuta figli che non trovano ancora stabilità — può pesare non poco in termini di consenso. E in un anno elettorale, questi simboli contano quanto i numeri.

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