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Le riserve auree della Banca d’Italia passano allo Stato e la tassa sull’oro come copertura: gli emendamenti segnalati nella manovra economica

Nel testo della legge di bilancio 2026 si fanno strada due proposte che attirano l’attenzione per il loro potenziale impatto simbolico e finanziario: una modifica che assegna allo Stato la proprietà delle riserve auree gestite dalla Banca d’Italia in nome del popolo italiano, e un’imposta agevolata sull’oro da investimento detenuto da privati. Entrambe le misure sono fra gli emendamenti segnalati al ddl bilancio, ovvero quelli che hanno superato la prima selezione parlamentare e che saranno valutati con priorità in commissione e in Aula. La scelta riflette l’esigenza del governo di individuare coperture per gli interventi previsti nella manovra e di veicolare messaggi politici netti sul fronte del controllo delle risorse strategiche e della politica fiscale.


Partiamo dalla prima proposta: l’emendamento – a firma del capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan – stabilisce che le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengano allo Stato, «in nome del Popolo italiano». Cadono dunque le distinzioni contabili o gestionali che finora hanno collocato l’oro in bilanci separati o con autonomia di gestione della banca centrale. Lo scopo dichiarato è rafforzare la sovranità delle istituzioni nazionali sull’oro, considerato risorsa strategica, e accrescere la trasparenza sulla sua detenzione e utilizzo. Attualmente l’Italia è fra i principali detentori mondiali di oro monetario, con migliaia di tonnellate distribuite fra deposito nazionale, all’estero e giacenze. L’emendamento, se approvato, potrebbe modificare la disciplina della riserva aurea aumentando il vincolo politico-istituzionale sul patrimonio della banca centrale.


Il secondo tema riguarda la cosiddetta «tassa sull’oro da investimento». All’interno degli emendamenti segnalati compare una proposta di procedura straordinaria che consente ai privati che al 1° gennaio 2026 detengono oro da investimento (monete, lingotti, placchette) e non sono in possesso di documentazione relativa al costo o al valore di acquisto, di chiedere una rivalutazione fiscale agevolata. Il meccanismo prevede un’imposta sostitutiva con aliquota ridotta al 12,5 % (rispetto all’ordinaria al 26 %) se l’operazione viene effettuata entro il 30 giugno 2026. Le stime tecniche indicano che, qualora aderisse appena il 10 % dei detentori, lo Stato potrebbe ottenere un gettito compreso tra 1,67 e 2,08 miliardi di euro. La misura è stata proposta da forze della maggioranza, in particolare dalla Lega e da Forza Italia, ed è collocata in un pacchetto di coperture che include anche sanatorie edilizie, tassazione su pacchi extra-UE, rottamazione cartelle e affitti brevi.


La manovra 2026 è accompagnata dal consueto afflusso di migliaia di emendamenti. Al Senato sono previsti circa 5.500 emendamenti complessivi, di cui circa 1.640 presentati dalla maggioranza e oltre 3.800 dall’opposizione. Di questi, i cosiddetti «segnalati» – circa 414 in totale, 238 della maggioranza – verranno esaminati per primi. A guidare la scrematura la commissione Bilancio che effettua la verifica preliminare di ammissibilità tecnica e di compatibilità finanziaria. In questo contesto, gli emendamenti sull’oro e sulle riserve auree hanno ottenuto una visibilità elevata, sia per il peso potenziale in termini di coperture sia per il carattere simbolico-politico che racchiudono.


Dal punto di vista politico, la combinazione delle due misure invia messaggi importanti: da un lato la riaffermazione della sovranità nazionale sulle risorse strategiche (oro della Banca d’Italia), dall’altro la volontà di recuperare risorse fiscali senza alzare in modo percepibile la pressione sui redditi più bassi. Inoltre, l’ipotesi di rivalutazione agevolata dell’oro da investimento risponde sia a sollecitazioni di forze politiche che ritengono che una parte delle giacenze gold-bearing delle famiglie sarebbe emersa “in zona grigia”, sia alla necessità di trovare risorse già nell’immediato per equilibrare la manovra. Tecnicamente, l’operazione consente di convertire una vasta massa patrimoniale dislocata in modo poco trasparente in gettito, senza ricorrere a nuove aliquote o nuovi prelievi.


Sul versante istituzionale, la proposta che riguarda la Banca d’Italia solleva questioni di natura giuridica e di governance della banca centrale. L’assegnazione della proprietà statale delle riserve aurifere determinerebbe una fase di transizione nella quale dovrebbero essere definiti strumenti di controllo, criteri di gestione, accesso pubblico alle informazioni e definizione della funzione dell’oro all’interno del bilancio della banca centrale. In passato l’oro delle banche centrali è stato considerato una riserva di valore, un attivo patrimoniale con funzioni di stabilità e garanzia; l’orientamento verso una titolarità statale può comportare nuove implicazioni di trasparenza, rendicontazione e impiego strategico.


La misura riguardante l’imposta agevolata sull’oro da investimento implica invece un coordinamento con l’Agenzia delle Entrate, con la predisposizione di una procedura di adesione, monitoraggio dei dati, definizione del costo fiscale rivalutato, tempi di versamento (con possibilità di rateizzazione fino a tre annualità), interessi sulle rate successive e modalità operative. Le simulazioni tecniche suggeriscono che l’impatto sul fisco non è automatico: l’efficacia della misura dipenderà dall’adesione effettiva dei contribuenti, dai controlli successivi, dalla compliance e dai costi amministrativi. Alcuni tecnici del governo segnalano che l’effettivo gettito potrebbe risultare inferiore se l’adesione fosse molto bassa o se i soggetti avessero difficoltà nella documentazione.


Nel dibattito parlamentare le misure relative all’oro sono entrate a far parte di un pacchetto più ampio di interventi fiscali e regolamentari: tra questi la riforma del sistema degli affitti brevi, la disciplina dei dividendi societari, l’ampliamento della rottamazione delle cartelle, la semplificazione delle agevolazioni industriali (Transizione 5.0), la disciplina degli “extra-pacchi” importati da Paesi extra-UE, e una serie di provvedimenti per imprese e famiglie. In questo contesto la scelta delle risorse da destinare agli emendamenti segnalati risulta vincolata dal principio del saldo invariato della manovra: gli interventi devono essere coperti integralmente, senza incrementare il fabbisogno di bilancio rispetto ai 18,7 miliardi di euro previsti.


I partiti della maggioranza hanno differenze di priorità: la Lega insiste sulla rivalutazione dell’oro da investimento come misura identitaria e di copertura, Forza Italia spinge su affitti, dividendi e imprese, e Fratelli d’Italia spinge sulla proprietà pubblica delle riserve auree e sul potenziamento della difesa della sovranità economica. Il governo, con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha ribadito che la manovra non può cambiare il saldo complessivo e che le coperture devono essere concrete e verificabili. Le trattative parlamentari sono ora in una fase cruciale: entro metà dicembre il testo dovrà essere approvato dall’Aula del Senato e successivamente dalla Camera.


Il confronto tecnico prosegue con le simulazioni della Ragioneria dello Stato e gli uffici ministeriali, che stanno valutando l’effettiva massa emersa dell’oro da investimento, le implicazioni fiscali per le imprese e le famiglie, la disponibilità di documentazione, i costi di attuazione della procedura e gli impatti di medio termine sulle politiche patrimoniali e fiscali. La stretta sugli emendamenti segnalati significa che ciascuna proposta dovrà dimostrare una copertura economica prima di ottenere il via libera, rendendo il lavoro parlamentare più selettivo e più orientato alla sostenibilità dei conti pubblici.

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