Le Marche come l’Ohio d’Italia: il voto regionale diventa scommessa per Meloni e Schlein
- piscitellidaniel
- 26 set
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Nelle dinamiche elettorali che si aprono con la chiamata al voto del 28 e 29 settembre, le Marche sono state battezzate da alcuni commentatori come il “piccolo Ohio” italiano: una regione che, pur di dimensioni limitate rispetto al panorama nazionale, possiede un potenziale simbolico tale da far pendere l’ago delle interpretazioni politiche. L’analogia con lo Stato americano, spesso decisivo nelle elezioni presidenziali, serve a tratteggiare un’idea: in fondo, chi vince qui può guadagnare non solo la Regione, ma un segnale per il resto del Paese. In questo schema si inseriscono in modo diretto i volti della politica nazionale, Giorgia Meloni e Elly Schlein, che vedono nelle Marche un terreno di prova, trampolino e riflesso delle proprie strategie.
Il paragone con l’Ohio nasce dal fatto che le Marche non rientrano fra le regioni considerate “certe” per nessuno dei due schieramenti: non è la terra storica del centrosinistra, ma neppure una roccaforte inespugnabile per il centrodestra. Dopo la vittoria ottenuta nel 2020 da Francesco Acquaroli (centrodestra), la regione ha mostrato segnali di cambiamento, ma non ha consolidato una tradizione stabile. Ecco che, all’approssimarsi del voto, la competizione assume dimensione nazionale. Il centrodestra insiste nel presentare la riconferma di Acquaroli come prova della vitalità del governo e dell’efficacia del modello, mentre il centrosinistra — con Matteo Ricci candidato — intreccia la sfida con la leadership di Schlein, proiettandola in un confronto diretto con Meloni.
Per la premier Meloni le Marche assumono un valore strategico: vincere significherebbe dimostrare che il suo governo ha tenuta, che il consenso può essere confermato anche fuori dalle “roccaforti” tradizionali e che il centrodestra può consolidarsi come forza nazionale credibile. È una occasione per trasformare una regione di medie dimensioni in cartina al tornasole della “legittimità politica” del suo esecutivo. La sua presenza nella campagna marchigiana — eventi, comizi, messaggi — ha assunto un peso simbolico e operativo. È l’invito al voto che va oltre il territorio, che reclama una lettura che guarda agli equilibri centrali, all’appeal nazionale del suo messaggio, al confronto permanente con l’opposizione.
Per Schlein il terreno è opposto, ma non meno importante. Rendere la vittoria possibile nelle Marche significherebbe rompere barriere, affermare che il cosiddetto “campo largo” può sfidare il centrodestra anche in territori ostici, e che il Pd guida un’opposizione credibile e rinnovata. In questo senso, la segretaria dem trasforma il confronto regionale in banco di prova della propria leadership, del suo stile e della capacità di salire oltre la “coda dei circoli”. Le distanze territoriali si intrecciano con le distanze politiche: la sfida non è contra un candidato locale, ma contro un modello alternativo al governo nazionale.
Al centro di tutto stazionano alcune questioni decisive. Il salario minimo è diventato uno dei fronti di scontro più visibili: Schlein lo rende emblema del contrasto sociale, Meloni lo respinge in nome di libertà di mercato e imprese. È battaglia simbolica, che vuole rappresentare visioni contrapposte del ruolo dello Stato nel mercato del lavoro. Un altro tema caldo è quello dell’odio politico e dei toni del dibattito: Meloni accusa di essere bersaglio di discorsi d’odio e invoca moderazione, Schlein replica denunciando politiche che generano esclusione e diseguaglianza. Intrecciati a questi ci sono i temi locali: infrastrutture, sanità, innovazione, servizi, che costituiscono la base su cui costruire il voto – ma è l’interpretazione nazionale di queste materie che le rende strategiche.
I sondaggi, fino a pochi giorni prima del voto, indicano spazi ristretti. Acquaroli parte da una leggera prevalenza, ma l’elettorato indeciso è rilevante — e può oscillare il risultato. Le province e i grandi centri saranno zone decisive: in alcuni casi governate da sindaci o forze politiche di centrosinistra, in altri da amministrazioni vicine al centrodestra. Le Marche, allora, diventano un mosaico politico: non univoche caselle, ma territori con logiche espressive diverse, che il centrosinistra cercherà di aggregare, il centrodestra di conservare.
In chiave nazionale, la competizione marchigiana assume implicazioni per la percezione internazionale: se il “piccolo Ohio” dovesse ribaltarsi, anche le altre Regioni che andranno al voto — spesso considerate “sicure” — si ritroverebbero a confrontarsi con un vento diverso. È come se ogni seggio marchigiano potesse tradursi, simbolicamente, in un punto percentuale nel consenso nazionale. Così, il duello Meloni-Schlein non resta confinato alle province, ma proietta la politica italiana in direzione di una nuova stagione di contendibilità.
Il voto nelle Marche non è dunque solo regionale. È un passaggio che intreccia governo centrale, leadership di partito, simboli politici, idee socioeconomiche e modelli di sviluppo. Per chi governa, è la verifica del consenso sul campo; per chi aspira a governare, è il banco di prova del “modello alternativo”. E se in Ohio, nel voto presidenziale, si metteva in gioco la Casa Bianca, nelle Marche si gioca parte dell’immaginario politico nazionale: chi vince qui può affermare di avere una narrativa che tiene. Chi perde dovrà interrogarsi su come convertire il voto in radicamento e come non restare con la regione ma senza futuro.

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