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La riforma della giustizia e la separazione delle carriere: cosa prevede il terzo sì parlamentare e quali cambiamenti introduce

La riforma della giustizia ha compiuto un ulteriore passo avanti con il terzo sì parlamentare al disegno di legge che introduce la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Si tratta di una delle modifiche più discusse degli ultimi anni, capace di incidere in profondità sugli equilibri del sistema giudiziario italiano. La scelta di procedere lungo questa direzione conferma la volontà politica di ridefinire i rapporti tra chi esercita la funzione inquirente e chi è chiamato a giudicare, due ruoli che fino a oggi hanno condiviso la medesima carriera, con possibilità di passaggio dall’uno all’altro.


Il principio cardine della riforma è proprio quello di rendere distinte le carriere dei magistrati, eliminando la possibilità di spostarsi dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice (e viceversa) nel corso della propria vita professionale. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il principio di terzietà del giudice, garantendo una separazione netta tra chi accusa e chi decide. In questa prospettiva, il processo penale viene assimilato sempre più a un sistema di tipo accusatorio, dove la contrapposizione tra accusa e difesa deve avvenire davanti a un giudice indipendente e imparziale.


La riforma interviene anche sul Consiglio Superiore della Magistratura, che sarà sdoppiato in due organi distinti: uno dedicato alla magistratura giudicante e uno riservato alla magistratura requirente. In questo modo, i meccanismi di autogoverno non saranno più condivisi, ma rispecchieranno le specifiche esigenze delle due funzioni. La novità comporta inevitabilmente un cambiamento nell’assetto istituzionale, poiché il CSM rappresenta da sempre il fulcro dell’indipendenza della magistratura e della sua capacità di autogestirsi rispetto agli altri poteri dello Stato.


Le modifiche approvate introducono anche nuove regole di reclutamento e di formazione. I concorsi per magistrato saranno differenziati a seconda che si scelga la carriera giudicante o requirente, e il percorso di formazione sarà calibrato sulle peculiarità delle funzioni. Una volta intrapresa una delle due carriere, non sarà più possibile modificarla. Questo principio elimina la cosiddetta “permeabilità” che finora aveva contraddistinto la magistratura italiana, giustificata in passato con la necessità di garantire una visione completa del sistema giudiziario.


Le reazioni alla riforma sono state contrastanti. Da un lato, chi la sostiene sottolinea che la netta divisione tra giudici e pubblici ministeri rafforza la trasparenza e l’equilibrio del processo, riducendo il rischio di parzialità. Secondo i fautori, l’Italia si allinea così ai modelli accusatori di altre democrazie occidentali, in particolare Stati Uniti e Regno Unito, dove le carriere sono separate da sempre. Dall’altro lato, i critici mettono in guardia contro il pericolo di indebolire l’indipendenza del pubblico ministero, che rischierebbe di essere più esposto alle pressioni politiche. Una parte della magistratura teme infatti che la riforma possa tradursi in una limitazione dell’autonomia investigativa, riducendo la capacità del PM di agire come garante della legalità.


Il dibattito politico si è acceso soprattutto sul tema dei rapporti tra magistratura e politica. Per i sostenitori della riforma, la separazione delle carriere è uno strumento per rafforzare l’imparzialità e restituire fiducia ai cittadini, in un sistema spesso percepito come autoreferenziale e poco trasparente. Le opposizioni e diverse associazioni di magistrati, invece, sostengono che il vero obiettivo sia quello di ridimensionare i poteri dell’accusa, limitando la capacità di avviare indagini scomode per la classe politica.


Dal punto di vista tecnico, la riforma comporta una revisione costituzionale, poiché incide direttamente sull’assetto del CSM e sulle regole di funzionamento della magistratura. Per questa ragione, l’approvazione del testo non si esaurisce con il terzo sì parlamentare: sarà necessario un percorso complesso che potrebbe condurre anche a un referendum confermativo, qualora non venga raggiunta la maggioranza qualificata. Questo passaggio conferisce alla riforma una dimensione ancora più politica, destinata a mobilitare opinione pubblica, associazioni e categorie professionali.


La separazione delle carriere rappresenta, in definitiva, una delle più significative innovazioni nella storia della giustizia italiana dal dopoguerra a oggi. Le conseguenze saranno avvertite non solo sul piano istituzionale, ma anche nella pratica quotidiana dei processi. Il nuovo assetto ridisegna infatti gli equilibri tra accusa, difesa e giudice, ponendo al centro la necessità di rafforzare la fiducia dei cittadini in un sistema giudiziario percepito spesso come lento, complesso e poco accessibile. La partita è tutt’altro che conclusa, ma il terzo via libera parlamentare segna un passaggio decisivo verso l’attuazione di un cambiamento che, nel bene e nel male, modificherà profondamente il volto della giustizia italiana.

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