L’Unione Europea e la partita da 71 miliardi per il 2026: tre strade aperte per finanziare l’Ucraina
- piscitellidaniel
- 18 nov 2025
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Il fabbisogno finanziario dell’Ucraina per il solo anno 2026 è stimato attorno ai 71 miliardi di euro, una cifra che include spesa pubblica, servizi essenziali, ricostruzione e impegno bellico, e pone l’Unione Europea di fronte a una scelta cruciale: in che modo mobilitare questa somma senza compromettere la tenuta dei bilanci nazionali, mantenendo coesione e solidarietà all’interno del blocco comunitario. Il tema ha assunto un carattere emergenziale, ma anche strategico: non si tratta soltanto di prestare denaro al partner ucraino, ma di definire un modello di finanziamento che impatti la struttura della politica economica e di difesa europea nel medio-lungo termine. In questo contesto sono state individuate tre opzioni principali di intervento, ciascuna con forza, debolezze e implicazioni differenti.
La prima opzione prevede l’utilizzo del margine disponibile nel bilancio dell’Unione, ovvero la possibilità di emettere titoli europei o di mobilitare risorse già destinate che potrebbero essere riallocate per sostenere l’Ucraina. In pratica l’UE diventerebbe attiva come emittente sul mercato dei capitali per raccogliere fondi dedicati a Kiev, a fronte del bilancio comunitario che assume una responsabilità diretta. Questo schema implica un aumento dell’indebitamento europeo o una modifica della struttura delle garanzie comunitarie. Risulta allettante perché garantisce visibilità, centralità e rapidità, ma scontra il limite politico dei paesi membri che non vogliono assumersi il peso dell’indebitamento collettivo o della mutualizzazione del debito.
La seconda opzione è quella dell’accordo intergovernativo: gli Stati membri raccolgono autonomamente il capitale necessario per finanziare l’Ucraina, ciascuno secondo le proprie modalità, mentre l’Unione coordina, ma non interviene come entità emittente. In questo schema, ogni governo nazionale si impegna a contribuire a una quota definita, evitando la creazione di un debito comune e mantenendo piena autonomia di bilancio. È una formula che garantisce maggiore flessibilità agli Stati e minor rischio politico interno, ma rischia di essere frammentata, lenta e meno efficace se alcuni paesi non mantengono l’impegno o se sorgono divergenze sulle modalità di raccolta e sulle garanzie.
La terza opzione, ed è quella che molti funzionari comunitari considerano preferibile, consiste nel meccanismo del “prestito di riparazione” basato sui beni russi congelati. In sostanza, le attività russe bloccate nei Paesi europei — depositi bancari, liquidità immobilizzata, asset vari congelati per effetto delle sanzioni — potrebbero essere utilizzate come base patrimoniale per un prestito concesso all’Ucraina. L’Ucraina riceverebbe i fondi ora, mentre il rimborso dipenderebbe dal pagamento delle riparazioni da parte della Russia. In questa modalità, l’UE evita di incrementare direttamente il debito, sfrutta risorse già bloccate e invia un segnale politico forte: che la responsabilità della guerra russa dovrà riflettersi in risarcimenti e che l’Europa è pronta a collegare sostegno e responsabilità.
Il confronto fra queste opzioni non riguarda solo la quantità dei fondi, ma anche il controllo, la governance, la tempistica e l’efficacia strategica. Nel caso dell’utilizzo del margine bilancio, si tratta di definire con chiarezza la partecipazione della Commissione e dei paesi membri, nonché le garanzie per i titoli emessi. Nell’accordo intergovernativo, la sfida è mantenere coerenza e tempestività in un sistema che per natura è più lento. Nel prestito basato sugli asset russi, il nodo è legale: occorre definire le condizioni del rimborso e la posizione della Russia, senza violare norme del diritto internazionale o esporre i Paesi coinvolti a contenziosi.
Dal punto di vista operativo, la cifra stimata di 71 miliardi per il 2026 ingloba molteplici dimensioni: sostegno al bilancio ucraino per pagare stipendi, pensioni e spese correnti; investimenti nella ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dal conflitto; modernizzazione del settore energetico, dell’agricoltura, della logistica; acquisto di armamenti e sistemi di difesa; e provvista di liquidità per garantire la stabilità macroeconomica. Il peso delle spese indica che non si tratta di mera assistenza generica, ma di un impegno strutturale che richiede meccanismi come quelli della prima, seconda o terza opzione sopra indicate.
A livello politico interno all’Unione, la scelta del modello di finanziamento è destinata a generare dibattiti intensi. I Paesi con bilanci più solidi potrebbero essere più favorevoli all’emissione europea, mentre quelli più esposti preferiscono evitare rischi di debito condiviso. Il meccanismo intergovernativo può sembrare più accettabile per alcuni, ma presenta la debolezza della coesione e della rapidità. Il prestito basato su asset russi, pur considerato il più armonioso in termini di indebitamento, richiede un impegno collettivo e una disciplina condivisa sul piano sanzionatorio e legale. Inoltre, la credibilità dell’Unione è in gioco: se non dovesse essere in grado di mobilitare i fondi necessari o se venisse percepita come divisa, la vulnerabilità dell’Ucraina aumenterebbe e con essa il rischio strategico per l’Europa.
Sul piano strategico-geopolitico, la decisione riflette una visione di lungo termine: l’Unione europea non vuole limitarsi a essere mero donatore, ma vuole porsi come attore in grado di garantire la stabilità del proprio vicino orientale, proteggere la sicurezza del continente e costruire filiere produttive e militari più autonome. In questo scenario, le tre opzioni presentano sfide di governance ma anche opportunità di investimento industriale, innovazione, difesa comune e integrazione europea rafforzata.
Se l’Unione optasse per l’emissione comune o per l’accordo intergovernativo, sarebbe chiamata a gestire anche la parte legata all’industria della difesa e all’assistenza militare all’Ucraina. Lo stretto legame fra spesa statale, rafforzamento del settore difesa e riforme interne ucraine rende il finanziamento un elemento non solo economico ma anche politico. In particolare, il prestito basato sugli asset russi invia a Mosca un messaggio molto chiaro: che l’Europa è pronta a vincolare il proprio sostegno a responsabilità e che la stabilità non verrà garantita solo attraverso sanzioni e legami commerciali, ma anche mediante sostegno strutturato al partner in guerra.
La tempistica è un altro fattore cruciale: l’Ucraina ha già segnalato che il proprio bilancio e la propria capacità operativa sono segnate da carenze liquide, e che l’avvicinarsi del 2026 impone decisioni entro i prossimi mesi. Se la mobilitazione dei 71 miliardi non avverrà in tempo, la capacità di Kiev di pianificare adeguatamente la difesa, la ricostruzione e la gestione economica subirà un rallentamento che potrebbe avere effetti anche per l’Unione: stabilità del fronte orientale, sicurezza energetica europea, catene industriali e filiere critiche restano collegate all’esito di questo sostegno.
La partita dunque si gioca su tre dimensioni interconnesse: la tecnica finanziaria (quale strumento usare, debito, prestito, asset congelati), la governance politica (chi decide, come controllare, chi garantisce) e la strategia geopolitica (che ruolo assume l’Europa, con quale autonomia e in che orizzonte). Qualunque scelta venga fatta, essa avrà conseguenze per la struttura delle finanze europee, la credibilità internazionale dell’Unione, la tenuta del sistema di alleanze e per il futuro dell’Ucraina.

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