L’Onu avverte: gli impegni globali per il taglio dei gas serra non bastano a evitare il collasso climatico
- piscitellidaniel
- 28 ott 2025
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Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici lancia un allarme inequivocabile: gli impegni presi dai governi per la riduzione delle emissioni di gas serra sono ancora troppo deboli per mantenere l’aumento della temperatura globale entro gli 1,5 gradi centigradi stabiliti dall’Accordo di Parigi. Nonostante i progressi dichiarati negli ultimi anni, il ritmo di riduzione delle emissioni è insufficiente e rischia di condurre il pianeta verso un riscaldamento medio superiore ai 2,5 gradi entro la fine del secolo. Un livello considerato dagli esperti come il punto di non ritorno per gli ecosistemi, con conseguenze irreversibili su clima, economia e società.
Secondo l’Onu, le politiche attualmente in vigore coprono solo una parte degli sforzi necessari per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. I contributi nazionali determinati (NDC), aggiornati da meno della metà dei Paesi membri, mostrano una riduzione stimata delle emissioni globali del 5% rispetto ai livelli del 2019, mentre per rispettare la soglia di sicurezza climatica sarebbe necessario almeno un taglio del 43% entro il 2030. La differenza tra gli obiettivi annunciati e le azioni concrete costituisce il cosiddetto “emission gap”, un divario che continua a crescere nonostante le dichiarazioni politiche e gli impegni presi nei vertici internazionali.
Le emissioni di anidride carbonica, metano e altri gas serra hanno raggiunto nel 2024 un nuovo record storico, con un incremento del 3% rispetto all’anno precedente. Il settore energetico rimane la principale fonte di inquinamento atmosferico, seguito da agricoltura, industria pesante e trasporti. Il consumo globale di carbone, nonostante le promesse di riduzione, è aumentato in Asia e in alcune economie emergenti, mentre la domanda di petrolio si mantiene stabile. L’Onu sottolinea che la transizione energetica procede troppo lentamente, ostacolata da politiche nazionali incoerenti, dipendenza dalle fonti fossili e mancanza di investimenti in tecnologie pulite.
Il rapporto evidenzia inoltre una crescente disuguaglianza nella distribuzione delle responsabilità e degli impatti. Le economie avanzate producono ancora circa il 40% delle emissioni globali, ma dispongono delle risorse finanziarie e tecnologiche per ridurle, mentre i Paesi in via di sviluppo subiscono le conseguenze più gravi del riscaldamento globale, pur contribuendo in misura minore al problema. L’Onu richiama l’urgenza di rafforzare il sostegno economico ai Paesi vulnerabili, attraverso il Fondo per le perdite e i danni climatici e il potenziamento dei meccanismi di finanziamento per l’adattamento. Finora, gli aiuti promessi non hanno raggiunto la cifra di 100 miliardi di dollari annui prevista dall’accordo di Parigi, e solo una minima parte è stata effettivamente erogata.
La segretaria esecutiva dell’UNFCCC ha ribadito che il tempo per invertire la rotta sta rapidamente esaurendosi. Anche con una piena attuazione degli impegni attuali, la traiettoria globale rimarrebbe al di sopra dei limiti considerati sicuri per la stabilità climatica. Il superamento della soglia di 1,5 gradi porterebbe a un’accelerazione del collasso delle calotte polari, all’aumento del livello dei mari, alla desertificazione di vaste aree agricole e alla perdita di biodiversità. Gli eventi meteorologici estremi, già in aumento in frequenza e intensità, diventerebbero più distruttivi e imprevedibili, con costi economici e sociali difficilmente sostenibili.
Nel documento si sottolinea che la finestra temporale per intervenire in modo efficace si riduce a meno di dieci anni. Per colmare il divario tra gli impegni e le necessità climatiche, l’Onu indica tre priorità: una rapida eliminazione dei sussidi alle fonti fossili, l’espansione delle energie rinnovabili e un sistema di monitoraggio più severo delle emissioni reali. Attualmente, oltre 6.000 miliardi di dollari l’anno vengono ancora destinati a sostegni diretti o indiretti ai combustibili fossili, una cifra che supera di venti volte gli investimenti globali in energie pulite.
Il documento mette anche in evidenza l’importanza di politiche di mitigazione basate su criteri scientifici e non solo economici. Gli Stati vengono invitati a definire strategie nazionali di decarbonizzazione coerenti con gli obiettivi europei e internazionali, includendo misure fiscali, regolamentari e industriali volte a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Il settore privato viene chiamato a giocare un ruolo decisivo nella transizione energetica, con la necessità di integrare i criteri ESG nelle scelte di investimento, produzione e approvvigionamento.
Un capitolo specifico del rapporto è dedicato alle città, che rappresentano oltre il 70% delle emissioni globali di CO₂. Le aree urbane vengono identificate come nodi cruciali per la riduzione dell’impatto ambientale, attraverso il miglioramento della mobilità sostenibile, l’efficientamento energetico degli edifici, la gestione dei rifiuti e la pianificazione verde. Le città costiere, in particolare, risultano tra le più esposte agli effetti del cambiamento climatico, con rischi crescenti di allagamenti e crisi idriche.
Il messaggio principale che emerge dal rapporto delle Nazioni Unite è che la crisi climatica non può più essere affrontata con impegni generici o soluzioni parziali. Le politiche ambientali devono diventare il cuore delle strategie di sviluppo economico, e non una componente accessoria. Le tecnologie per ridurre le emissioni esistono, ma la loro diffusione è frenata da ostacoli politici e da interessi economici consolidati. L’Onu richiama quindi la necessità di una governance globale più coordinata, di una responsabilità condivisa tra Stati e imprese e di un’accelerazione nelle decisioni politiche che, fino a oggi, non sono state all’altezza dell’urgenza climatica.
Il quadro delineato dal rapporto è chiaro: senza un aumento immediato degli sforzi, il mondo si avvia verso un futuro in cui le conseguenze del cambiamento climatico diventeranno non solo ambientali ma anche umanitarie, economiche e geopolitiche. Gli impegni assunti finora rappresentano un passo nella giusta direzione, ma non ancora la risposta necessaria per affrontare la portata della crisi globale che si sta dispiegando.

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