L’Australia prepara il divieto di accesso ai social per i minori di 16 anni e ridisegna le regole della tutela digitale
- piscitellidaniel
- 10 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Il governo australiano sta lavorando a un nuovo impianto normativo che punta a vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni, introducendo un modello di controllo dell’età molto più rigido rispetto agli standard attuali. L’annuncio, che ha acceso un ampio dibattito nel Paese, nasce dalla crescente preoccupazione per gli effetti dei social sulla salute mentale di bambini e adolescenti, un tema diventato centrale nel confronto politico e nelle analisi degli esperti di sviluppo cognitivo. Il progetto legislativo intende costruire un sistema capace di impedire l’iscrizione dei più piccoli mediante verifiche dell’età obbligatorie e certificate, non più basate sull’autodichiarazione come accade nella maggior parte dei Paesi occidentali.
La misura prevede la creazione di un organismo indipendente incaricato di verificare l’età degli utenti. Sarà questo ente a gestire i meccanismi tecnici necessari alla conferma dell’identità anagrafica senza fornire i dati alle piattaforme, così da evitare problemi legati alla privacy. Il governo ha chiarito che non basterà più inserire una data di nascita: saranno necessari controlli basati su sistemi affidabili come documenti codificati, verifiche biometriche anonime o altri strumenti già usati in settori come il gaming online e i servizi finanziari. L’obiettivo è chiudere la porta alle pratiche elusive che hanno finora consentito a milioni di minori nel mondo di accedere ai social semplicemente dichiarando un’età diversa da quella reale.
I principali social network dovranno adeguarsi a questo nuovo quadro, modificando interfacce di registrazione, sistemi di verifica e procedure di controllo. È previsto l’obbligo di rimuovere gli account identificati come appartenenti a minori non autorizzati, oltre a sanzioni significative per le piattaforme che non adotteranno misure adeguate per impedire accessi irregolari. Il governo australiano sottolinea che le aziende del settore tecnologico saranno chiamate a collaborare attivamente, sviluppando soluzioni che garantiscano tutela effettiva senza penalizzare inutilmente la fruibilità dei servizi da parte degli utenti maggiorenni.
La spinta normativa trae origine da un crescente numero di studi che evidenziano come l’esposizione precoce ai social possa incidere negativamente sul benessere psicologico, aumentando rischi di ansia, depressione, disturbi dell’immagine corporea, isolamento e dipendenza digitale. Le autorità australiane ritengono che il limite dei 16 anni sia un punto di equilibrio ragionevole: troppo giovani per sostenere in autonomia le dinamiche complesse dei social, ma abbastanza vicini a un’età in cui possono essere gradualmente introdotti a forme controllate di interazione digitale. La riforma non punta però solo al divieto. Prevede anche programmi di educazione digitale per famiglie e scuole, volti a promuovere un uso consapevole delle tecnologie e a sviluppare strumenti di prevenzione dei rischi legati al comportamento online.
Il dibattito pubblico si è subito acceso. Da un lato sono numerosi i sostenitori della riforma, convinti che le piattaforme non siano in grado di autoregolamentarsi e che la protezione dei minori richieda interventi legislativi stringenti. Dall’altro emergono perplessità su possibili effetti collaterali, come il rischio che i giovani si spostino su piattaforme meno controllate, o il timore che sistemi di verifica troppo invasivi possano creare problemi di gestione dei dati personali. Il governo ha risposto assicurando che il modello sarà progettato per ridurre al minimo la raccolta di informazioni sensibili, concentrandosi sulla sola conferma dell’età senza archiviare dati identificativi.
Il progetto australiano è osservato con grande attenzione da altri Paesi che stanno affrontando lo stesso dilemma: come proteggere i minori senza limitare eccessivamente la libertà digitale. L’Europa e gli Stati Uniti hanno avviato riflessioni simili, ma nessuna democrazia avanzata ha finora introdotto un divieto strutturato e centralizzato come quello proposto da Canberra. Se approvato, il modello australiano potrebbe diventare un precedente internazionale, influenzando il dibattito globale sulla regolamentazione dei social network e aprendo la strada a nuove forme di tutela per le fasce più vulnerabili.

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