Istat: ad agosto l’export cresce del 27%, le importazioni del 37% — un allarme sulla bilancia commerciale italiana
- piscitellidaniel
- 16 ott 2025
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Ad agosto i dati relativi al commercio estero italiano mostrano un’espansione significativa dei flussi sia in uscita sia in entrata. L’export registra una crescita del 27% su base annua, mentre le importazioni segnano un incremento ancora più marcato, pari al 37%. Queste dinamiche rivelano trend profondi e indicano sfide e rischi per l’equilibrio della bilancia commerciale nazionale.
L’incremento dell’export conferma il ruolo del Made in Italy come volano per la crescita economica, con settori manifatturieri e agroalimentari che, anche in condizioni internazionali complesse, continuano a trovare spazi sui mercati esteri. Tuttavia, l’import è cresciuto in misura maggiore: un fenomeno che richiama l’attenzione sulla dipendenza italiana da beni intermedi, materie prime ed energia. Parte dell’espansione import è condizionata dall’aumento dei prezzi delle commodity e dei costi energetici, che spingono il valore dei beni acquistati dall’estero anche se i volumi effettivi possono crescere meno.
La divergenza tra export e import genera una compressione del margine commerciale: se l’Italia vende sempre più, deve anche acquistare di più dall’estero, e il saldo positivo rischia di ridursi. In presenza di una forte importazione, l’avanzo commerciale tende a erodersi, specialmente se la componente energetica incide in modo rilevante. Il surplus commerciale, perciò, risulta sotto stress e può decurtarsi significativamente in contesti di rialzi dei costi globali.
Un primo elemento da analizzare riguarda la composizione merceologica degli scambi: molte delle importazioni crescenti sono riconducibili a beni intermedi, materie prime e prodotti energetici che servono all’attività produttiva italiana. Ciò significa che le imprese fanno più acquisti dall’estero per alimentare la catena produttiva, ma che quei costi – con l’effetto dei prezzi – pesano fortemente sui bilanci. L’aumento dell’export non sempre compensa l’onere aggiuntivo dato dall’import.
Un secondo aspetto è la componente valutaria e dei prezzi: l’export è spinto anche dall’aumento dei prezzi medi unitari, ossia i beni venduti all’estero costano di più, non soltanto perché se ne vendono di più. Allo stesso modo, l’import subisce l’inflazione globale e i rincari energetici, che amplificano il valore delle merci acquistate all’estero. Quindi, il dato nominale (+27%, +37%) va corretto per deflazione per stabilire quanto l’espansione è reale (in volume) e quanto è frenata dalla dinamica dei prezzi.
Nel breve periodo, la spinta dell’export è un segnale positivo per il tessuto produttivo, ma non è esente da vulnerabilità. L’eccessiva importazione, specialmente di materie prime e componenti tecnologici, evidenzia i limiti della filiera italiana e la fragilità nella capacità di autoprodurre tutti gli input indispensabili. L’effetto leva dell’export si riduce se l’incremento dei costi alimentato dall’import si riversa sui margini aziendali.
Dal punto di vista territoriale e settoriale, è probabile che le regioni del Nord, con maggior concentrazione industriale e rete logistica efficiente, abbiano trainato la crescita delle esportazioni più delle regioni meridionali. I settori tradizionali dell’export italiano — meccanica, moda, agroalimentare, ceramica — tendono a intercettare la domanda estera più efficace, ma anche a risentire dell’aumento dei costi di approvvigionamento. Le imprese orientate all’internazionalizzazione sono quelle che possono sfruttare meglio l’onda positiva, ma anche quelle più esposte al rischio delle materie prime.
Il rischio strutturale è che per le imprese con catena produttiva dipendente da importazioni, l’aumento dei costi eroda i margini e rende meno competitiva la produzione finale. In prospettiva, se l’import continuerà a crescere più dell’export, l’Italia può essere costretta a compensare con una maggiore efficienza, innovazione o l’adozione di filiere più integrate a monte.
Sul piano macroeconomico, il governo e le istituzioni devono monitorare l’evoluzione del saldo commerciale e intervenire sulle leve di sostegno all’export e alla resilienza delle filiere. Politiche di sostegno all’innovazione tecnologica, incentivi per la produzione nazionale delle materie prime strategiche, rafforzamento delle relazioni con fornitori stabili e diversificazione delle rotte commerciali possono contribuire a mitigare la pressione dell’import.
La crescita simultanea dell’export e dell’import segnala che l’Italia è ancora dentro un meccanismo di apertura internazionale, ma con prospettive vincolate da costi globali, da problemi di competitività e da dipendenze strategiche. Perché la dinamica resti virtuosa, è necessario che l’export cresca non solo in valore ma anche in quantità, puntando su maggiore contenuto tecnologico, sostenibilità e integrazione verticale delle filiere italiane.

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