Israele e Stati Uniti rafforzano l’asse militare: allerta massima per un possibile attacco contro l’Iran
- piscitellidaniel
- 16 apr
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Preparativi militari in Medio Oriente
L’asse strategico tra Israele e Stati Uniti si rafforza mentre si alza la tensione militare nella regione mediorientale. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e ripreso dal Sole 24 Ore, Washington ha già fornito a Tel Aviv bombe a guida di precisione e missili a lungo raggio in previsione di un possibile attacco contro obiettivi iraniani. Le due potenze alleate stanno lavorando in stretto coordinamento per un’azione che, se dovesse essere messa in atto, rappresenterebbe una delle escalation più gravi nella regione degli ultimi anni. L’Iran, dal canto suo, ha alzato il livello di allerta delle sue forze armate, parlando di un possibile attacco "imminente".
Le premesse di questo scontro si sono consolidate nel corso delle ultime settimane, dopo il bombardamento attribuito a Israele contro il consolato iraniano a Damasco, il 1° aprile, in cui è rimasto ucciso anche il generale Mohammad Reza Zahedi, alto ufficiale della Forza Quds. In risposta, il 13 aprile l’Iran ha lanciato un attacco diretto con più di 300 tra droni e missili verso Israele, per la prima volta da territorio iraniano. Il 19 aprile è poi arrivata la risposta di Israele con un raid su Esfahan, dove si trovano infrastrutture militari e nucleari.
Il sostegno logistico e armato degli Stati Uniti
L’amministrazione Biden, pur non confermando pubblicamente i dettagli dell’operazione in preparazione, ha rafforzato l’appoggio militare a Israele. Oltre alla fornitura di armamenti, gli Stati Uniti hanno aumentato la presenza navale nel Golfo Persico e nella regione del Mar Rosso. Nelle ultime settimane, diverse unità navali americane hanno intercettato e abbattuto droni iraniani diretti verso Israele o i suoi alleati.
In parallelo, il Pentagono ha fornito supporto strategico nell’individuazione di bersagli sensibili sul territorio iraniano e ha attivato canali diplomatici con Paesi del Golfo per coordinare eventuali evacuazioni e corridoi aerei in caso di conflitto aperto. Il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha parlato con il ministro israeliano Yoav Gallant per garantire il continuo scambio di intelligence e il coordinamento operativo.
Le aree potenzialmente coinvolte nel conflitto
Secondo fonti vicine al governo israeliano, eventuali attacchi potrebbero colpire siti militari, centri di comando delle Forze Quds, infrastrutture missilistiche e probabilmente impianti legati al programma nucleare iraniano. La regione di Esfahan, già colpita da droni israeliani, ospita una delle più importanti centrali per l’arricchimento dell’uranio. Tuttavia, Tel Aviv e Washington dovrebbero valutare con attenzione le conseguenze di un attacco a infrastrutture nucleari, che potrebbe scatenare una crisi senza precedenti.
Anche il sud del Libano, la Siria e le alture del Golan sono considerate aree calde. Le milizie sciite di Hezbollah, da anni sostenute finanziariamente e militarmente da Teheran, potrebbero reagire con attacchi missilistici verso il nord di Israele. La Difesa israeliana ha già rafforzato il sistema di difesa Iron Dome e richiamato in servizio centinaia di riservisti.
Le reazioni della comunità internazionale
Diverse capitali europee, tra cui Berlino e Parigi, hanno espresso "estrema preoccupazione" per l’escalation in atto. L’Alto rappresentante UE Josep Borrell ha invitato tutte le parti a "massima moderazione", temendo uno scenario di guerra regionale. Le Nazioni Unite, tramite il Segretario Generale António Guterres, hanno richiesto una sessione urgente del Consiglio di Sicurezza per discutere dei recenti sviluppi e tentare una mediazione.
In ambito arabo, l’Arabia Saudita e il Qatar hanno adottato una posizione prudente. Sebbene entrambi abbiano condannato il raid israeliano sul consolato di Damasco, temono ora una crisi che potrebbe coinvolgere direttamente i propri territori. I vertici della Lega Araba sono stati convocati al Cairo per una riunione straordinaria sulla situazione tra Israele e Iran.
Il rischio di una guerra aperta
Il rischio concreto è che da uno scontro mirato si passi rapidamente a un conflitto regionale. Gli analisti ritengono che una risposta troppo aggressiva da parte di Israele potrebbe spingere Teheran a mobilitare le milizie alleate in Iraq, Siria e Libano, aprendo nuovi fronti di guerra.
La possibilità che l’Iran colpisca obiettivi militari statunitensi nella regione o lanci attacchi via proxy contro le basi NATO in Medio Oriente resta alta. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), un eventuale conflitto aperto coinvolgerebbe almeno sei Paesi e potrebbe causare la chiusura dello Stretto di Hormuz, mettendo a rischio l’approvvigionamento globale di petrolio e gas.
Scenario di incertezza crescente
La situazione resta altamente fluida. Gli osservatori internazionali attendono segnali chiari da parte dell’Iran, che ha mobilitato i sistemi missilistici a medio raggio ma non ha ancora formalizzato un piano di risposta militare su larga scala. Gli Stati Uniti, da parte loro, continuano a inviare messaggi ambigui: da un lato sostengono il diritto di autodifesa di Israele, dall’altro temono che un’escalation possa compromettere la stabilità di tutta la regione.
Intanto, le diplomazie lavorano sottotraccia. La Svizzera, la Turchia e l’Oman hanno offerto i loro buoni uffici per un canale di comunicazione discreto tra Washington, Tel Aviv e Teheran. Tuttavia, i margini per una soluzione negoziata sembrano, per ora, sempre più ristretti.

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