Inquinamento in India, perché gli esperimenti di cloud seeding non funzionano
- piscitellidaniel
- 3 nov
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L’India continua a fronteggiare una delle più gravi emergenze ambientali del pianeta, con livelli di inquinamento atmosferico che superano regolarmente le soglie di sicurezza fissate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nelle principali città del Paese, in particolare a Nuova Delhi, l’aria raggiunge spesso concentrazioni di particolato fine (Pm2.5) tra le più alte al mondo, costringendo le autorità a misure di emergenza come la chiusura temporanea delle scuole o la limitazione del traffico. Tra le soluzioni sperimentate negli ultimi anni figura il cloud seeding, la tecnica di inseminazione delle nuvole per provocare pioggia artificiale con l’obiettivo di ridurre le polveri in sospensione e migliorare temporaneamente la qualità dell’aria. I risultati, tuttavia, si sono rivelati ben al di sotto delle aspettative.
Il cloud seeding consiste nel disperdere particelle come ioduro d’argento o cloruro di sodio all’interno di formazioni nuvolose già esistenti, allo scopo di favorire la condensazione del vapore acqueo e generare precipitazioni. L’idea è che la pioggia possa “lavare” l’atmosfera, riducendo la concentrazione delle polveri sottili e delle sostanze inquinanti. Ma il principio teorico si scontra con limiti pratici molto rigidi. Le condizioni meteorologiche dell’India settentrionale durante la stagione invernale, periodo in cui l’inquinamento raggiunge i picchi più critici, non sono favorevoli alla formazione di nubi adatte all’inseminazione. Le masse d’aria stagnanti e la scarsa umidità riducono drasticamente la probabilità di successo dell’operazione, rendendo la tecnologia efficace solo in presenza di condizioni atmosferiche eccezionalmente favorevoli.
Gli esperimenti condotti a Nuova Delhi e in altre aree urbane hanno dimostrato che, anche nei casi in cui le precipitazioni artificiali si verificano, gli effetti sulla qualità dell’aria sono limitati nel tempo e nello spazio. La riduzione del particolato tende a essere modesta e di breve durata, poiché le sorgenti di inquinamento — combustione dei residui agricoli, emissioni dei veicoli, impianti industriali e polveri da costruzione — continuano a immettere costantemente nuovi inquinanti nell’atmosfera. Dopo poche ore, la concentrazione di particelle tende a tornare ai livelli precedenti, vanificando gli sforzi. L’uso del cloud seeding non incide infatti sulle cause strutturali dello smog, ma solo sul suo effetto visibile.
Un ulteriore limite riguarda l’imprevedibilità meteorologica e la difficoltà di misurare con precisione l’efficacia della tecnica. Gli scienziati faticano a stabilire un nesso diretto tra l’intervento e le precipitazioni effettivamente registrate, poiché è complesso distinguere gli effetti naturali da quelli indotti artificialmente. Anche l’intensità e la durata delle piogge generate restano fuori controllo: in alcuni casi la pioggia è insufficiente per abbattere gli inquinanti, in altri risulta concentrata in aree limitate senza un impatto apprezzabile su scala cittadina. La mancanza di nubi idonee nella stagione invernale, unita a temperature più basse e inversioni termiche persistenti, compromette ulteriormente l’efficacia delle operazioni.
Le difficoltà operative sono aggravate da questioni logistiche e economiche. Il cloud seeding richiede l’impiego di aeromobili equipaggiati con sistemi di rilascio dei reagenti, personale tecnico specializzato e infrastrutture meteorologiche avanzate per monitorare la formazione delle nuvole e calcolare i parametri di intervento. I costi per una singola campagna di inseminazione possono essere elevati e il ritorno ambientale, spesso minimo, non giustifica un’adozione sistematica. Alcune università e istituti di ricerca indiani hanno collaborato con agenzie meteorologiche per sviluppare protocolli più precisi, ma i risultati restano discontinui e non replicabili su larga scala.
La stessa scelta dei reagenti chimici utilizzati solleva perplessità ambientali. L’impiego di ioduro d’argento, ad esempio, può comportare rischi di accumulo nel suolo e nelle falde acquifere, con effetti ancora poco studiati sugli ecosistemi locali. Sebbene le quantità utilizzate siano ridotte, la ripetizione di operazioni su vasta scala potrebbe determinare conseguenze a lungo termine. Inoltre, in un contesto urbano densamente popolato come quello di Delhi, l’utilizzo di sostanze chimiche in atmosfera pone interrogativi di tipo sanitario e ambientale, soprattutto in assenza di protocolli di monitoraggio indipendenti.
Le autorità indiane hanno presentato il cloud seeding come un intervento sperimentale, inserendolo in un piano di azioni temporanee per affrontare i picchi di smog. Tuttavia, il consenso scientifico rimane scettico. Gli esperti di meteorologia e ingegneria ambientale sottolineano che l’impatto della tecnica, anche quando positivo, non supera una finestra temporale di poche ore e non comporta una variazione significativa nei parametri di inquinamento atmosferico. Le condizioni meteorologiche, la densità urbana e la natura diffusa delle fonti di emissione rendono questa soluzione più simbolica che risolutiva.
Le campagne di cloud seeding hanno anche messo in evidenza la necessità di un approccio coordinato e scientificamente validato. Molti progetti sono stati condotti in modo sperimentale, con finanziamenti frammentati e risultati difficili da verificare. La mancanza di un protocollo standard per la misurazione dell’efficacia e per la gestione ambientale post-intervento limita la possibilità di valutare realmente i benefici della tecnologia. L’India, che ogni anno affronta una delle stagioni invernali più critiche per la qualità dell’aria, continua quindi a ricercare soluzioni sostenibili e permanenti per affrontare una crisi che affonda le sue radici in dinamiche economiche, agricole e urbanistiche complesse.

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