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Ilaria Salis, atteso il primo verdetto: il Parlamento europeo valuta l’immunità mentre a Budapest resta alta la tensione politica e diplomatica

La vicenda di Ilaria Salis, attivista italiana detenuta in Ungheria da oltre un anno, entra in una fase cruciale. Domani è atteso il primo verdetto sul suo caso, mentre a Bruxelles il Parlamento europeo sarà chiamato a esprimersi sulla concessione dell’immunità parlamentare, in seguito alla sua elezione come eurodeputata. Un intreccio complesso che unisce giustizia, politica e diplomazia, con ricadute significative nei rapporti tra Italia, Ungheria e Unione europea.


Salis è stata arrestata a Budapest nel febbraio 2023, accusata di aggressione nei confronti di militanti di estrema destra durante una manifestazione. Le immagini della sua detenzione, con la donna portata in aula in catene, hanno suscitato indignazione in Italia e acceso un dibattito internazionale sulle condizioni delle carceri ungheresi e sul rispetto dei diritti fondamentali. Da allora il suo caso è diventato un punto nevralgico di tensione tra governi, alimentando un confronto che va oltre la vicenda personale per assumere un chiaro valore politico.


La sua elezione al Parlamento europeo con le liste della sinistra italiana ha cambiato radicalmente il quadro. In base alle regole europee, infatti, gli eurodeputati godono di immunità, salvo che questa venga respinta dall’assemblea. Domani a Bruxelles inizierà dunque un iter delicato, con i deputati chiamati a pronunciarsi sulla richiesta di Budapest di non riconoscere la protezione. L’esito avrà conseguenze dirette sul destino di Salis, ma anche sui rapporti tra istituzioni comunitarie e governo ungherese.


Il Parlamento europeo si trova di fronte a un bivio. Concedere l’immunità significherebbe riconoscere il diritto di Salis a svolgere il suo mandato senza interferenze giudiziarie, ma rischierebbe di acuire lo scontro con il premier Viktor Orbán, che rivendica la piena autonomia della magistratura ungherese. Negarla, invece, sarebbe interpretato da molti come una legittimazione di un sistema giudiziario accusato da tempo di violazioni dello Stato di diritto.


Il governo italiano segue la vicenda con attenzione, pur mantenendo un equilibrio delicato. Da un lato vi è la pressione dell’opinione pubblica e delle forze politiche che chiedono un intervento deciso per la liberazione di Salis. Dall’altro, la necessità di non compromettere i rapporti diplomatici con Budapest, partner strategico su diversi dossier europei. Negli ultimi mesi, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha più volte sottolineato l’impegno per garantire un trattamento equo alla connazionale, senza però alimentare ulteriori frizioni.


In Ungheria, il caso Salis è diventato oggetto di scontro politico interno. I media vicini al governo l’hanno descritta come una pericolosa militante violenta, mentre organizzazioni per i diritti umani e settori dell’opposizione hanno denunciato un processo segnato da pregiudizi ideologici e da pratiche lesive della dignità della persona. Le condizioni della sua detenzione, con mesi trascorsi in carceri sovraffollate e senza cure adeguate, hanno suscitato appelli da parte di associazioni internazionali e parlamentari europei.


Il verdetto atteso domani a Budapest potrebbe determinare una svolta. Se confermate le accuse, Salis rischia una condanna pesante che complicherebbe ulteriormente il quadro politico. Se invece la corte dovesse riconoscere attenuanti o ridimensionare le imputazioni, si aprirebbe uno spiraglio per una soluzione diplomatica. In entrambi i casi, il voto del Parlamento europeo sull’immunità resta un fattore decisivo.


A Bruxelles, le prime indiscrezioni parlano di un orientamento favorevole alla concessione dell’immunità, sostenuto da una parte significativa dei gruppi progressisti e liberali. Tuttavia, il fronte conservatore, che include esponenti vicini a Orbán, preme per una linea dura. La decisione richiederà un equilibrio tra la difesa dei principi comunitari e la necessità di evitare uno scontro istituzionale con Budapest.


Il caso Salis rappresenta in definitiva un banco di prova per l’Unione europea sul terreno della tutela dei diritti e del rispetto dello Stato di diritto nei Paesi membri. Le istituzioni comunitarie hanno più volte richiamato l’Ungheria per le sue derive autoritarie, e la vicenda della giovane attivista rischia di diventare l’emblema di queste criticità. Allo stesso tempo, la sua vicenda personale continua a mobilitare opinione pubblica e società civile, in Italia e in Europa, rendendo la pressione politica sempre più forte.


In attesa del verdetto e del voto sull’immunità, resta la consapevolezza che la storia di Ilaria Salis non riguarda solo una battaglia giudiziaria individuale, ma si intreccia con questioni più ampie: i limiti dell’integrazione europea, la difesa dei diritti fondamentali e il difficile equilibrio tra sovranità nazionale e principi comuni. Domani, tra Budapest e Bruxelles, si scriverà un nuovo capitolo di questa complessa vicenda che tiene con il fiato sospeso istituzioni e opinione pubblica.

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