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Il dibattito europeo sull’abolizione del cambio d’ora: tra divergenze politiche e nodi tecnici ancora irrisolti

La discussione sull’abolizione del cambio d’ora semestrale è tornata a occupare l’agenda politica dell’Unione Europea, riaccendendo un confronto rimasto sospeso per anni. La proposta di eliminare il passaggio tra ora solare e ora legale, consentendo a ciascun Paese di adottare un unico orario stabile durante tutto l’anno, era stata avanzata dalla Commissione europea nel 2018 dopo una consultazione pubblica senza precedenti che aveva raccolto oltre 4,6 milioni di risposte, in gran parte favorevoli alla soppressione del sistema vigente. Tuttavia, il progetto di riforma non ha mai completato il suo iter legislativo e il tema è rimasto fermo nelle sedi del Consiglio, in attesa di una posizione comune fra i Ventisette.


Il meccanismo attuale, disciplinato dalla direttiva 2000/84/CE, prevede che l’ora legale inizi l’ultima domenica di marzo e termini l’ultima domenica di ottobre. Il sistema era stato introdotto con l’obiettivo di ottimizzare il consumo energetico, sfruttando un’ora di luce in più durante i mesi estivi. Con l’evoluzione dei modelli di consumo e l’impatto delle tecnologie, l’effettivo risparmio energetico risulta oggi marginale, mentre i cambiamenti di orario continuano a generare disagi per milioni di cittadini. Diversi studi dell’Agenzia europea per l’ambiente e dell’Organizzazione mondiale della sanità hanno evidenziato che il cambio d’ora può avere effetti negativi sul sonno e sui ritmi circadiani, incidendo sul benessere e sulla produttività, soprattutto nei giorni immediatamente successivi alla variazione.


Nonostante la volontà politica espressa dal Parlamento europeo nel 2019, che aveva approvato una risoluzione favorevole all’abolizione a partire dal 2021, la proposta si è arenata per mancanza di consenso nel Consiglio. Gli Stati membri sono divisi su quale orario mantenere in modo permanente. I Paesi del Nord, come Finlandia e Svezia, preferirebbero conservare l’ora solare per limitare gli effetti delle giornate già molto lunghe nei mesi estivi. Gli Stati del Sud, come Italia, Spagna e Grecia, si dichiarano invece favorevoli all’ora legale permanente, ritenendo più vantaggiosa la possibilità di beneficiare di un’ora di luce in più durante le serate. Questa differenza di vedute ha reso difficile individuare un compromesso che eviti la frammentazione dei fusi orari all’interno dell’Unione.


Uno degli ostacoli principali è infatti rappresentato dal rischio di creare una “mappa oraria” disomogenea tra Paesi confinanti. La possibilità che Stati limitrofi adottino regimi differenti potrebbe comportare complicazioni significative per i trasporti, le comunicazioni, la logistica e i mercati finanziari, minando la coerenza del mercato unico. Un’Europa con più orari permanenti diversi sarebbe esposta a costi aggiuntivi di coordinamento e a possibili disagi per il commercio transfrontaliero. Anche i sistemi informatici e le reti digitali dovrebbero essere aggiornati per adeguarsi a eventuali scelte differenti tra Stati membri.


Gli argomenti a favore dell’abolizione del cambio d’ora si concentrano sul benessere dei cittadini e sulla riduzione dei costi di adattamento che ogni anno accompagnano la modifica degli orologi. Alcuni governi europei hanno sostenuto che il beneficio in termini di risparmio energetico, già limitato, non giustifica più il disagio percepito dalla popolazione. Inoltre, l’impatto psicologico e fisiologico del cambio d’ora, pur variabile da individuo a individuo, è ormai documentato: il disturbo del ritmo circadiano può provocare affaticamento, alterazioni del sonno e ridotta concentrazione. Per queste ragioni, diverse associazioni mediche europee hanno sollecitato la Commissione a riaprire il dossier.


Tuttavia, nonostante la pressione dell’opinione pubblica e la posizione favorevole del Parlamento europeo, il tema è rimasto congelato. Le priorità politiche dell’Unione, incentrate negli ultimi anni su crisi sanitarie, transizione energetica, sicurezza e crescita economica, hanno relegato il dossier a un piano secondario. Alcuni Stati membri hanno inoltre chiesto ulteriori studi di impatto per valutare le conseguenze economiche, logistiche e sociali di un cambiamento definitivo. Il dibattito è quindi rimasto aperto, ma privo di decisioni operative.


La Commissione ha ribadito che l’intenzione di superare il sistema semestrale rimane nel programma di lavoro, ma qualsiasi modifica dovrà essere coordinata a livello comunitario per evitare una frammentazione temporale del mercato interno. Finché non si raggiungerà una posizione comune, il meccanismo resterà in vigore e i cittadini europei continueranno a spostare le lancette due volte l’anno. La prossima transizione all’ora solare, prevista come di consueto per l’ultima domenica di ottobre, avverrà dunque secondo le regole attuali, in attesa che le istituzioni europee trovino una sintesi tra le esigenze diverse dei Paesi membri e le implicazioni pratiche di un cambiamento tanto simbolico quanto complesso.

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