top of page

Il blocco jihadista sul carburante paralizza il Bamako: un attacco all’economia e alla stabilità del Mali

Nel cuore del Sahel il sistema economico e sociale del Mali viene messo a dura prova da una manovra d’assedio che ha ormai assunto carattere sistemico: il blocco dei rifornimenti di carburante imposto dal gruppo jihadista Jama’at Nusrat al‑Islam wal‑Muslimin (JNIM) sta progressivamente paralizzando la capitale Bamako e l’intero Stato, con effetti che vanno ben oltre la semplice penuria energetica. Il blocco — avviato all’inizio di settembre lungo gli assi strategici che collegano il Mali ai paesi confinanti — ha preso di mira i camion-cisterna che trasportano carburante da Senegal, Costa d’Avorio e Guinea verso l’entroterra maliano, con incendi, attacchi e sequestri che ne hanno drasticamente ridotto le forniture. Le conseguenze ricadono su mobilità, costi di produzione, disponibilità dei generi di prima necessità e sul funzionamento stesso delle istituzioni.


La capitale Bamako si trova oggi praticamente assediata dal punto di vista energetico: si registrano lunghissime code davanti alle stazioni di servizio superstiti, chiusura di alcune pompe, utilizzo crescente del mercato nero con prezzi raddoppiati e interruzione dei collegamenti via strada e ferro tra la capitale e le regioni limitrofe — in un paese già gravato da fragilità infrastrutturali e dalla logistica complessa. Le fonti locali riferiscono che nelle aree periferiche l’assenza di carburante impedisce agli ambulanti di raggiungere i mercati, ai retailers di approvvigionarsi, ai mezzi pubblici e privati di circolare e alle imprese di mantenere la catena produttiva. Il risultato è una spirale di rallentamento economico che rischia di aggravare la già grave instabilità politica.


Dietro l’azione del JNIM vi è una strategia ben congegnata: trasformare il controllo del territorio in controllo economico, soffocando la capacità della giunta militare di governo di reagire e riducendo gli strumenti dello Stato al minimo indispensabile. Il blocco del carburante appare come un “jihad economico”, finalizzato non solo a destabilizzare il governo ma a mostrare una forma di supremazia sul piano logistico e infrastrutturale. Attacchi ripetuti hanno interessato i corridoi stradali e i depositi di idrocarburi, con decine di camion distrutti o incendiati nelle ultime settimane. L’effetto è stato quello di aumentare la vulnerabilità della capitale e di porre la popolazione civile in prima linea, colpita non solo come spettatrice ma come vittima della strategia.


Sul versante governativo, la reazione non è mancata, ma appare finora insufficiente per invertire la rotta in tempi rapidi. Il governo ha varato un piano d’emergenza per l’approvvigionamento, la consegna di carburante tramite convogli scortati dall’esercito, e la ricerca di forniture alternative esterne. Tuttavia, l’accesso ai depositi è condizionato dalla sicurezza e dal controllo dei corridoi logistici, che restano in gran parte nelle mani dei jihadisti o comunque soggetti a frequenti interruzioni. Il bilancio politico della giunta si fa sempre più rischioso: la capacità di governo viene messa in dubbio, la fiducia della popolazione viene erosa e le difficoltà economiche rischiano di trasformarsi in tensioni sociali aperte.


Le ricadute sono visibili su molti fronti. Nel settore agricolo le macchine operatrici, i trasporti di prodotti agricoli, la distribuzione di fertilizzanti e combustibili sono stati rallentati o interrotti: ciò compromette le campagne in corso e mette a rischio la sicurezza alimentare in un paese dove l’autosufficienza è già limitata. Nel settore minerario, che rappresenta una delle poche voci forti dell’economia maliana, il costo della logistica è aumentato e le attività estrattive sono rallentate o sospese. Anche il trasporto pubblico e privato nella capitale è stato colpito: tetto massimo dei carburanti disponibili, aumento vertiginoso dei costi di trasporto, riduzione del numero dei bus o mototaxi in circolazione, e difficoltà per i pendolari e gli operatori dei servizi di base.


Il tessuto sociale è sotto stress: la paralisi delle attività economiche alimenta una crescente insoddisfazione nelle popolazioni urbane e periurbane. Le famiglie fanno i conti con incrementi dei costi di generi alimentari, problemi nei trasporti e difficoltà nel reperire beni essenziali. Le scuole sono state costrette a sospendere le lezioni per ragioni logistiche, data l’impossibilità del personale docente e degli studenti di raggiungere gli istituti. Il surriscaldamento della crisi sociale e l’erosione delle condizioni di vita rischiano di produrre un aumento delle tensioni interne, che potrebbero manifestarsi in proteste, instabilità o una diminuzione del sostegno alla giunta al potere.


Sul piano della sicurezza, il blocco costituisce un segnale d’allarme: il fatto che un gruppo armato riesca a interrompere una catena fondamentale come quella dei carburanti nella capitale dello Stato significa che il monopolio della forza da parte del governo è seriamente compromesso. Il JNIM rafforza la sua posizione, dimostrando di poter impattare sull’economia nazionale, esercitare controllo territoriale e condizionare le decisioni politiche. Questo scenario mette in discussione non solo la stabilità del Mali ma anche la credibilità degli attori internazionali che avevano puntato sulla giunta come interlocutore stabile e sul paese come un focolaio di stabilizzazione nel Sahel.


Dal punto di vista regionale l’effetto è moltiplicatore: il Mali, essendo un paese senza sbocco sul mare, dipende fortemente da importazioni e da infrastrutture di transito dai paesi vicini. Il blocco dei carburanti colpisce intere catene logistiche che concernono beni, merci e servizi attraversano l’intero Sahel occidentale. Il rallentamento economico maliano avrà ricadute sui paesi confinanti, sui corridoi commerciali e sui mercati regionali, contribuendo a un effetto destabilizzante che potrebbe travolgere assetti già fragili.


La posta in gioco è elevata: la capacità del governo maliano di garantire l’accesso ai beni essenziali, la continuità delle attività economiche e il funzionamento dello Stato si confronta con la sfida diretta di un nemico che opera fuori dai canali istituzionali, in un contesto dove il confine tra guerra convenzionale e guerra economica si fa sempre più tenue. Il blocco del carburante non è una semplice interruzione logistica: è parte di una strategia di potere che intende ridefinire la forza nello Stato e la capacità della società di resistere agli assalti.

Post correlati

Mostra tutti

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page